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Cronaca | 20 aprile 2020, 10:26

"Caso sospetto di Covid da più di un mese, ma sono stata abbandonata a me stessa"

Una lettrice ci scrive per raccontare la sua storia: "Il sistema sanitario mi ha lasciata sola in casa, priva di diagnosi, monitoraggio e cure"

"Caso sospetto di Covid da più di un mese, ma sono stata abbandonata a me stessa"

Questa pandemia da Coronavirus fa emergere paure e atti di coraggio (se non di vero e proprio eroismo). Ma i giorni che stiamo vivendo, tra lutti e speranze, sono scanditi anche da vicende personali fatti di preoccupazione e di difficoltà.
Una lettrice ci scrive per raccontarci la sua, di storia: 

"Scrivo la presente, per denunciare una serie di fatti gravissimi nella quale sono incappata mio malgrado. Lavoro in un ufficio di Torino come tanti. Una di quelle attività che però il Governo, nei suoi numerosi DPCM, ha ritenuto un’attività essenziale. Sono andata a lavorare fino al 12 marzo. Diverse decine di persone distribuite su più piani, in molti casi in open space. Alcune precauzioni e distanziamenti sono stati adottati solo a partire dal 10 marzo. Ma lo stesso metro di distanza non è stato subito rispettato. Come se fosse sufficiente a salvaguardare la nostra salute quando siamo chiusi in un unico spazio".

I primi sintomi  

"Il 13 marzo mi ammalo. Mi sale la febbre, mal di gola e mal di testa oltre a spossatezza e dolori alle ossa e muscolari. I classici sintomi influenzali. Essendo venerdì sera, inizialmente chiamo il numero verde della regione Piemonte 800192020, dedicato all’emergenza Covid-19. Dopo una breve intervista, mi viene comunicato che potrebbe trattarsi di Covid-19 e vengo invitata a chiamare la guardia medica. Dopo lunghe attese riesco a parlare con la guardia medica di Torino (0115747) che mi prescrive due giorni di malattia e una terapia a base di Tachipirina, rimandandomi al mio medico di base. A quest’ultimo, telefonicamente comunico la mia condizione: durante il mattino, la febbre rimane sui 37,4°, ma dal pomeriggio in poi aumenta, arrivando a 37,8°".

La segnalazione come "sospetto Covid"

"Sabato 21 marzo la febbre arriva a 38,7° e lunedì 23 il mio medico mi segnala all’Asl come sospetto caso di Covid-19. Tuttavia, mi informa che in Piemonte non ci sono tamponi. Inizio così una terapia antibiotica (sempre su prescrizione del mio medico) sperando in un miglioramento. Durante i successivi 6 giorni della terapia antibiotica la febbre non scompare, attestandosi su una media di 37,8°. Finita la terapia, la febbre rimane su una media di 37,7°".

Una nuova segnalazione 

"Giovedì 1° aprile il medico inoltra una nuova segnalazione all’Asl, sollecitando la precedente, per far sì che qualcuno venga a farmi il tampone. Di fronte alle chiamate ai vari numeri verdi le risposte sono varie: prima i tamponi a Torino non ci sono, poi arrivano ma mancano i reagenti, poi ancora arriva tutto ma sono solo in ospedale e io sono casa, non posso uscire. Mi dicono: attendere che passi. 

Lunedi 6 aprile: ho ancora la febbre. Le segnalazioni del mio medico non hanno avuto alcun seguito (nessuno mi ha MAI contattata dal SSN per sapere se fossi viva, per farmi il tampone e neanche misurarmi l’ossigeno) chiamo l’ospedale “Amedeo di Savoia” per prenotare i tamponi e per verificare la mia positività o meno al virus. Dall’ospedale, rinomato per la sua equipe di virologia, mi viene risposto che i tamponi non li fanno, mi forniscono il numero dell’Ufficio di Igiene e Sanità (0115663152) e mi abbandonano. Dall’Ufficio di Igiene e Sanità mi viene detto che nel fine settimana sono cambiati i portali delle segnalazioni in Piemonte, pertanto le mie (fatte dal mio medico) sono andate perse. L’operatore mi dice inoltre che devo far riaprire un’altra segnalazione dal mio medico (la terza) e che mi verrà aperta una procedura di quarantena, di attendere il codice che arriverà con a/r, e che successivamente verranno a farmi il tampone".

La procedura "fantasma" 

"Mercoledì 8 aprile: Il mio medico non riscontra segnalazioni di quarantena sul portale dedicato e nessuno ha risposto alle sue segnalazioni effettuate a mio nome. Entrambe chiamiamo l’Ufficio di Igiene e Sanità. A lei dicono che non è stata aperta nessuna procedura di quarantena a mio nome né mai verrà aperta, in quanto non sono entrata in contatto con un positivo accertato (facile, in quanto a Torino a nessuno dei segnalati dai medici di base è stato effettuato, quindi di fatto nessun positivo): in malattia fino a che ho la febbre, più ulteriori 15 giorni (successivi alla guarigione avvenuta) di malattia cautelativa. Secondo l’UIS ci potrebbero volere anche dei mesi. A quel punto mi chiedo: lunedì 6 aprile con chi ho parlato? Tutto quello che mi è stato detto è falso? Richiamo l’Ufficio di Igiene e Sanità e riparlo con lo stesso signore che mi conferma di aver aperto la procedura di quarantena, ma che non essendo stata processata, perché sono oberati di pratiche, non ha ancora una sua validità e un codice da fornirmi a garanzia di quanto dettomi e pertanto di avere fiducia e attendere".

Quale fiducia? 

"Avere fiducia? Io e il mio medico abbiamo ricevuto informazioni dallo stesso ufficio completamente contrastanti fra loro! In serata mi chiama l’ASL di Torino (0115663093) un po' seccata perché avevo chiamato troppe volte l’UIS. Rispiego sinteticamente la situazione e mi si risponde nuovamente che solo a chi ha avuto i contatti con i positivi viene effettuato il tampone. Quindi la mia pratica sarebbe stata chiusa e passata a chi gestisce i sospetti casi di Covid-19. In base al tipo di segnalazione, si dovrà decidere se farmi fare il tampone o meno. Peccato che poco prima mi è stato detto che il tampone viene fatto solo a coloro che sono entrati in contatto con positivi accertati, pertanto la risposta, di fatto, mi era stata già fornita. Infine, l’operatrice mi comunica che se lavoro in una grande azienda la procedura prevede che sia il medico aziendale a gestire questo genere di pratiche e sgarbatamente mi liquida: Ennesimo scaricabarile".

Un mese dopo

"Chiamo nuovamente il numero regionale per le emergenze 800192020 che mi dice che loro non possono fare niente oltre che prendere le segnalazioni e mi fornisce nuovamente i numeri da chiamare per maggiori informazioni 0115663152: di nuovo l’UIS. Lo stesso che ha fornito due versioni differenti a me e al mio medico e lo stesso che mi ha chiuso la pratica. 

E’ quasi un mese che mi viene detto che sono sicuramente una pauci positiva covid-19 e allo stesso tempo, poiché i miei sintomi sono lievi (non ho crisi respiratorie) non rientro nelle procedure per avere un tampone? Lasciandomi di fatto da sola in casa, con la febbre, senza terapia (in assenza di diagnosi il medico non può prescrivermi alcunché). Risposta dell’operatrice: di febbre non si muore. 

Ricapitolando: il comune cittadino, come me, non avendo sintomi Covid-19 gravi, pare non abbia il diritto di lamentarsi, di avere un tampone, di avere assistenza medica (che è un diritto per tutti!) e di avere cure adeguate.

In più. Oltre al danno anche la beffa. L’azienda per cui lavoro, che non si fa mai sfuggire occasione per sfruttare l’onda del momento, ha convertito i miei giorni di malattia (che non sono mai stati convertiti in quarantena a causa del mancato intervento dell’ASL) in Cassa integrazione, di fatto appropriandosi indebitamente di quanto mi spetta di diritto". 


Nessun tampone
"A tutt’oggi, 15 aprile, ho ancora la febbre (in fase discendente) e nessuno della rispettabilissima città di Torino si è fatto sentire e/o vedere.

Con la preoccupazione ulteriore che, una volta guarita, come mi devo comportare se nessuno è venuto a farmi il tampone?". 

Lettera firmata

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