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Cultura e spettacoli | 22 novembre 2020, 05:31

Kawari, un sound elettronico sacrale e riflessivo. "Il lockdown? Abbiamo più tempo per ascoltare, sfruttiamolo"

Luca Vergano racconta la sua musica e la sua Torino "piena di energia e di iniziative, a volte un po’ soffocate". E annuncia il primo Ep

Kawari, un sound elettronico sacrale e riflessivo. "Il lockdown? Abbiamo più tempo per ascoltare, sfruttiamolo"

Kawari indica in giapponese l’ultimo riflesso di luce sul mare prima che il sole tramonti ma è anche il nome di un nuovo e interessante progetto torinese di musica elettronica. A dar vita a Kawari è il musicista e produttore Luca Vergano che è giunto a questo sound dopo un viaggio trasversale tra vari generi musicali. Il 13 novembre è uscito il primo singolo "Hiraeth", un brano che unisce la malinconia cosmica di un passato che non c’è più alla serenità presente da coltivare.

Ciao Luca, sei un polistrumentista e un produttore. Come hai convogliato l’esperienza e la passione per diversi sound nel progetto Kawari?
"È stato tutto molto naturale. Ho lasciato confluire in questo progetto ciò che ho imparato negli anni. Dall’elettronica degli Okland, all’afrobeat degli Afrodream. Sicuramente, poi, altri stimoli arrivano dai dischi che registro, di band, cantautori, ensamble jazz. Un viaggio trasversale da cui ho attinto per creare questo sound".

Perchè Kawari? Cosa ti affascina del termine giapponese?
"Kawari è una parola presa da un vocabolario in cui, in diverse lingue, i termini descrivono una situazione complessa o uno stato interiore. Kawari significa l’ultimo riflesso della luce sull’acqua prima del tramonto e ho trovato molto potente questa immagine per la sacralità che esprime".

È uscito da poco il tuo primo singolo “Hiraeth”, in che mondo ci porta?
"Hiraeth significa, in gallese, 'malinconia generata da un posto rinchiuso nel passato in cui non si può più tornare'. È stato il primo pezzo che ho scritto, quello che mi ha riportato a scrivere musica elettronica dopo essermi preso una pausa di qualche anno, quindi andava pubblicato per primo 'di diritto'. È un brano che unisce la malinconia cosmica di un passato che non c’è più, alla serenità presente da coltivare. I sentimenti ansiogeni, tristi o nostalgici, cerco di affrontarli scrivendo, per non dimenticare il chiarore profondo che vivifica lo spirito".

Cosa ispira la composizione dei tuoi brani?
"Flash o qualcosa che solitamente mi colpisce: un luogo, uno stato d’animo o l’energia scaturita da una relazione con un’altra persona. La sensazione cerco di trasformarla in musica. Il più delle volte riascolto la canzone, non sento niente e cestino tutto".

Potremo ascoltare a breve nuove tracce?
"Sì, sto lavorando a un primo Ep".

La tua Torino musicale e non.
"Torino è una città molto stimolante per me. Piena di energia, di iniziative. A volte, però, sono un po’ soffocate. Spero che questo lockdown stimoli noi musicisti ad avere più voglia di creare forme di aggregazione positive come ad esempio il sit-in organizzato poche settimane fa in piazza Valdo Fusi o festival virtuosi come Reset. Speriamo che anche l’amministrazione comunale speriamo sia più propensa a facilitare l’organizzazione di concerti ed eventi, in quanto negli ultimi anni la sensibilità sul tema è progressivamente diminuita. A oggi cresce sempre più il numero di locali chiusi, è estrema la difficoltà nell’ottenimento di permessi e concessioni, speriamo che le cose migliorino. Noi musicisti avremo un bel da fare in questa battaglia".

Al momento la musica è confinata alle cuffie e allo streaming, da artista come vivi questo momento difficile per la musica?
"Abbiamo tempo per fermarci e ascoltare, questo è positivo. Certo, non siamo abituati, perché il mondo di oggi è velocissimo e questa frenata così brusca contrasta con le nostre abitudini, con il nostro modo di vivere. Tuttavia questo ci riporta indietro, prima degli smartphone, quando non era tutto così ossessivo. Si vive più di piccole cose. Mancano i concerti, questo sì, e speriamo di tornare a suonare presto".

Federica Monello

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