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Cultura e spettacoli | 06 dicembre 2020, 07:00

Tamè: "La nostra musica è una ricerca provocatoria e interrogativa del sé"

"La nostra Torino è quasi unicamente musica. Ognuno di noi si è trasferito qui per studiare e ha frequentato per anni le varie jam nei locali della città"

Tamè: "La nostra musica è una ricerca provocatoria e interrogativa del sé"

I Tamè nascono nell’autunno del 2018 da cinque ragazzi trasferitisi da diverse regioni italiane a Torino. Un mix di tradizioni personali che si fonde con le diverse esperienze musicali di ciascun componente. Il progetto musicale nasce dalla sperimentazione, dalla voler fondere la musica pop al soul. Dopo i primi singoli, hanno dovuto rimandare l’uscita del primo disco a causa delle contingenze mondiali. Il nuovo lavoro arriverà a marzo e si chiamerà “Ma tu”, rappresenterà un’istantanea della condizione psicologica di un individuo che ha smarrito i punti di riferimento e che lotta con se stesso per riscoprire ideali dimenticati, sepolti dalla nostalgia.

Come si sono formati i Tamè e perchè si chiamano così?

"La formazione dei Tamè è stata abbastanza lunga. Inizialmente il nostro progetto era comporre un album che avesse uno stampo diverso dalla musica suonata abitualmente da ciascuno di noi. Una volta terminati i rispettivi progetti musicali ci siamo riuniti. Abbiamo cominciato a sperimentare quelle che per noi erano nuove forme di composizione ispirandoci alle sonorità nu soul moderne ed alla black music. Il tentativo è stato quello di fonderle insieme a una certa musica pop e soul con cui avevamo più dimestichezza. Piano piano le canzoni hanno preso forma e struttura, abbiamo trovato un nostro sound in cui riconoscerci e il risultato ci è parso sorprendente. Da qui il nome Tamè, che significa letteralmente 'toh, guarda!'. È un’espressione dialettale comune nelle regioni del centro-sud che ha diversi omologhi anche al nord (vedi il ligure 'Mia') e all’estremo sud ('Talìa' in Sicilia) nonché esclamazione ricorrente durante le nostre riunioni".

Cosa ispira la scrittura dei vostri pezzi?

"La nostra musica è il tentativo di unire le sonorità del nu-soul, della black music e della canzone pop e indie italiana. Il tutto per cercare una forma originale di canzone. I testi accompagnano questa ricerca proponendo una provocatoria e interrogativa visione del sé, sia come partecipante attivo della società moderna che come protagonista unico del proprio individualismo. Provando ad osservare se stessi dall’esterno in entrambe le condizioni e magari poter esclamare 'Tamè che storia!'".

Siete in cinque: chi fa cosa?

"Giò, Giovanni Cialone, è l’autore dei testi e il cantante dei Tamè. Inoltre metà della tastiera è suonata da lui mentre l’altra metà è suonata da Sanders (Alessandro Ferretto), che suona anche il sax, con picchi di altissima malinconia. Non è che ci dividiamo le ottave sulla stessa tastiera, ne suoniamo due diverse ma identiche. Nei live forse si capisce di più ciò di cui stiamo parlando. Bucco (Matteo Buccoliero) è la seconda voce della band e chitarrista onnipresente. Lui è il 'bello' dei Tamè, ma se lo incontrate in giro per la città non diteglielo. Al basso Tommy (Tommaso Ainardi), il nostro orecchio assoluto, la nostra lungimirante visione su noi stessi. Alla batteria c’è il giovane Lele (Emanuele Cocomazzi) che è semplicemente nato per farci muovere il culo, a tutti.

Veniamo tutti da regioni diverse d’Italia e questo è sempre stato un grande stimolo per imparare a conoscerci e a capirci davvero, senza peli sulla lingua.

Insomma mandandoci a cag*** con molta facilità e incredibile affetto".

Nei prossimi mesi prevedete di far uscire il vostro disco, di cosa ci parlerà? Potete darci qualche anticipazione?

"L’uscita è prevista a marzo, esattamente un anno dopo rispetto a quella programmata inizialmente ma posticipata per motivi noti a tutti. Il titolo di questo primo album è 'Ma tu'. Sarà composto da 9 brani. Lo abbiamo ascoltato per così tanto tempo che conosciamo ogni suo più piccolo segreto, che lo abbiamo amato e odiato in tutte le sue peculiarità. Ora, semplicemente, non vediamo l’ora di toccarlo".

Differenze e analogie tra i primi singoli e il primo lavoro strutturato in pubblicazione?

"I primi singoli in realtà costituiscono l’anteprima dell’album e sono usciti esattamente un anno fa: Al buio e Prequel, i cui videoclip da noi ideati e girati sono visionabili sulla nostra pagina YouTube. Quando abbiamo deciso di pubblicarli in realtà, avevamo già gran parte dell’album pronto. Il loro sound è per questo quello che caratterizzerà tutto l’album, e di questo siamo particolarmente riconoscenti a Natty Dub dei Funk Shui Project, nel cui studio è stato in gran parte prodotto, sviluppato e registrato il disco".

La vostra Torino musicale e non.

"La nostra Torino è quasi unicamente musica. Ognuno di noi si è trasferito qui per studiare e ha frequentato per anni le varie jam nei locali della città, partecipato e organizzato concerti, conosciuto e collaborato con i numerosi artisti e musicisti che qui risiedono. Vivere a Torino è stato fonte di ispirazione e crescita. Decidere di restare qui per dare vita a questo progetto, esprime la nostra volontà di continuare a far parte della vita musicale di questa città. E animarla, accenderla sempre più. Perché l’impressione è che si potrebbe fare molto, molto di più per la musica e per la cultura in generale di questa città".

Teatri e cinema chiusi, la musica confinata alle cuffie. Come vivete da artisti questo difficile momento per la musica?

"Male. Non c’è tempo. Non ce n’è mai stato, per noi. Non ce lo siamo mai concessi, non ce lo hanno mai regalato. Il lusso di potersi fermare e stare a guardare, appartiene a chi ha ostacolato il progresso sociale in favore del benessere temporaneo, del qui ed ora. Tutto il possibile, qui ed ora. Ed è proprio qui ed ora che improvvisamente inizia a mancare tutto, che iniziamo a mancarci noi.

È proprio qui che l’alternativa appare, ora, essere l’unica strada percorribile, affinché il tempo sia un bene comune e non un privilegio. Un mese senza musica, a 30 anni, sembra una vita intera. Un anno sembra persino impensabile. Sembra un libro dato in prestito, che non sarà mai più restituito".

Federica Monello

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