“Il mio nome è Battaglia” è il documentario diretto da Cécile Allegra sulla fotografa italiana Letizia Battaglia che sarà presentato in anteprima assoluta martedì 1 ottobre 2024, nell’ambito del Prix Italia, al Cinema Massimo. Realizzato con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte - Piemonte Doc Film Fund, il documentario traccia un racconto delle innumerevoli vite della fotoreporter palermitana, venuta a mancare nel 2022, all’età di 87 anni.
Con la Leica al collo, dopo il divorzio inizia la sua attività al quotidiano siciliano L’Ora, spezzando le regole di un mondo giornalistico al maschile; lancia la rivista «Mezzocielo», espressione dell’impegno sociale al femminile; poi si impegna in prima linea contro la mafia al fianco di Leoluca Orlando nell’amministrazione comunale di Palermo ancor prima delle stragi del 1992.
“Nasco come regista di documentari di zone di guerra, ma in parallelo mi sono sempre interessata alle questioni dei processi di mafia - racconta la regista Cécile Allegra -. Ero a Palermo per il processo sulla trattativa Stato-mafia, quando nel 2016 ho incontrato per la prima volta Letizia Battaglia. Tutti se ne innamoravano, era impossibile non avere un legame organico con lei, sapeva veicolare la disperazione nella lotta e la lotta malgrado la disperazione, ecco io sono entrata in eco con questo dolore”.
“Per me girare questo film è stato uno scoprire quanto lei si sia spinta e si sia esposta. È stata una pioniera dei suoi diversi tempi, in ogni decennio ha scelto di impegnarsi su dei temi che erano fondamentali, dall’ambiente agli ospedali psichiatrici, dal divorzi all’aborto”.
Tante vite e tante storie, quale vedremo in questo documentario?
“Tutte. Letizia ha cambiato vita in modo radicale diverse volte. Suo papà era impiegato della marina italiana quindi si spostava di città in città, fino ai suoi dieci anni non rientrò a Palermo. Una sorta di nomadismo che le dà quel senso di solidarietà e di adattamento che la fa sentire vicina da subito alle persone. Era prorompente, sentiva i dolori del mondo. È stata una testimone dei suoi tempi di cui si sa ancora troppo poco”.
Qual è la sua Letizia?
“Per me Letizia è l’impegno e l’umanità, questa forma di entrare in empatia con chi è diverso da te e con chi è uguale, a te al tempo stesso, insomma con tutti. È talento di chi si nutre del mondo ma che ne paga il prezzo.
Guardando ai fotoreporter italiani di oggi, crede che il suo lavoro abbia influito in qualche modo?
“Sicuramente. All’epoca non c’erano tante fotoreporter donne. Oggi ci sono fotoreporter formidabili. Credo che abbia influenzato un’intera generazione di donne, ma anche per l’ostinazione che la caratterizzava. La trasmissione del sapere poi per Letizia era molto importante”.
Qual è l’ultimo ricordo che ha di Letizia?
“Eravamo nella sua casa, piena di foto buttate a caso, lei era molto caotica. Fumava tantissimo. Abbiamo parlato dell’impegno nella mia associazione del perché ci ero arrivata e che cosa difendevo. Letizia riusciva a cancellare la differenza di età”.
Che cosa si augura che possa arrivare al pubblico con questo documentario?
“Spero che possa scoprire la potenza di questa persona. Un animo sensibile che è riuscito a mettere in luce delle parti importantissime della nostra storia. Ci interroga come esseri umani e come cittadini e su come migliorare il nostro Paese per non essere unicamente centrati su noi stessi, considerarci un popolo e una nazione”.
“Il valore del film - aggiunge il produttore Massimo Arvat - è che è il primo postumo dalla sua morte. Mette questa figura in prospettiva attraverso le testimonianze di chi l’ha conosciuta. Letizia ha dato visibilità a quello che stavano facendo Falcone e Borsellino, senza di lei la lotta alla mafia sarebbe stata diversa. Inoltre, è un progetto che parte dalla Francia, con una regista italo francese, e che racconta una delle figure fondamentali del nostro Paese, ma con una co-produzione italiana”.