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Economia e lavoro | 15 maggio 2019, 13:55

L'artigiano al bivio: il mestiere si impara anche in aula

Un'indagine bilaterale mostra come l'esperienza sul campo non basti più, a detta degli stessi lavoratori. Servono competenze informatiche, lingue straniere e dinamiche di gruppo

L'artigiano al bivio: il mestiere si impara anche in aula

Il mestiere? Non si impara più solo sul campo, magari rubando trucchi e segreti ai colleghi più anziani. Servono anche corsi e lezioni, che insegnino elementi nuovi come le lingue straniere, competenze informatiche e la capacità di stare in gruppo.

Lo rivela un nuovo studio su formazione e artigianato: due mondi che stanno imparando a conoscersi e ad apprezzare gli effetti positivi di uno "studio" continuo anche in un settore che è molto legato ai mestieri della tradizione, ma che ormai si proietta nel futuro. Un futuro fatto si nuove tecnologie e vere rivoluzioni. 

I numeri dicono che le imprese artigiane al primo semestre 2019 sono circa 120 mila in tutto il Piemonte, di cui oltre la metà (61.133) a Torino e provincia e in calo di circa 265 unità rispetto al 2018. Ma qual è il rapporto tra gli addetti ai lavori e il processo formativo? Lo svela la ricerca effettuata dal Progetto Fondartigianato 3.0, che vede impegnati sia le sigle datoriali artigiane piemontesi (Confartigianato, CNA e Casartigiani) e i sindacati di CGIL, CISL e UIL. 

Scorrendo i dati si scopre che i dipendenti sono mediamente più giovani e con un titolo di studio superiore rispetto al titolare dell'azienda per cui lavorano. Le donne sono poco meno della metà, ma prevalgono in settori come il servizio alla persona. Quasi il 67% dei lavoratori ha un contratto a tempo indeterminato (due su tre). Gli apprendisti invece sono meno del 10% (9,1 per la precisione), mentre è piuttosto corposa (16%) la quota di rapporti lavorativi "altri", generalmente precari. 

Un quarto dei lavoratori è contento dell'azienda in cui si trova, mentre quasi il 23% ambisce a un'azienda più grande. Oltre il 30% invece aspira a diventare lavoratore autonomo, dunque mettersi in proprio. Chi vuole cambiate, lo desidera per avere uno stipendio superiore (37,2%), ma anche maggiori prospettive di carriera e crescita professionale (20,4 e 22,9%). Quasi il 14% vorrebbe fare un lavoro più "interessante".

Sempre secondo i dipendenti, le qualità più apprezzate dalle aziende per cui lavorano sono la competenza (42,2%) e la capacità di sapersi adattare (30,3%). Le aziende per il 65% lavorano ancora con tecnologie tradizionali (il 35% ha invece processi e tecnologie innovative). C'è però differenza tra la visione delle aziende rispetto ai lavoratori sul motivo che ha spinto all'innovazione: il livello dei servizi ai clienti e la sicurezza dell'ambiente di lavoro sono sottolineati molto di più dalla parte datoriale, rispetto ai dipendenti.

Chi ha fatto innovazione, comunque, ha fatto anche più occupazione rispetto alla media (quasi il 29% rispetto al 21%) e in linea generale è anche cresciuto di più.

Sul tema della formazione, nel triennio 2016-2018 l'indagine dice che circa il 77% dipendenti ha seguito corsi formativi, anche se il dato sembra sovrastimato a detta degli stessi autori della ricerca. Chi innova (82,7%) fa più formazione di chi non innova (67%), soprattutto se l'azienda è di dimensioni maggiori. E se tendenzialmente la formazione professionale coinvolte tutti, dall'operaio all'impiegato, fino al tecnico, restano fuori i precari, su cui evidentemente l'azienda sceglie di non investire.

L'azienda che fa formazione, nel 43% dei casi lo fa per tutti i dipendenti. E le tematiche sono soprattutto sicurezza e normative di settore, mentre per i dipendenti queste voci non sono così ricorrenti. Altra differenza, al contrario, si percepisce nelle competenze di marketing e vendita, residuale per le aziende, ma decisamente più percepite dai lavoratori. Concordano invece le valutazioni su competenze tecniche e relative al prodotto o servizio con cui si lavora.

Spicca tuttavia l'apprezzamento dei lavoratori per la formazione: il 38,3 la ritiene abbastanza utile, il 45,5% addirittura molto utile. Una minoranza, intorno al 10%, esprime un giudizio negativo. Le forme considerate migliori sono l'affiancamento dei colleghi più esperti (43,6%) e la partecipazione ai corsi (39,9%). E se la prima voce non stupisce perché affonda le radici nella metodologia classica di apprendimento, la seconda rivela una certa rivoluzione: non tutte le competenze transitano attraverso l'esperienza sul campo.

E tra i desideri per il futuro, se i datori di lavoro spingono ancora sulla sicurezza, anche per i vincoli di legge e sulle competenze tecniche, i dipendenti vorrebbero seguire corsi di lingua straniera e assorbire competenze informatiche. Ma anche corsi per imparare a lavorare meglio in gruppo.

Massimiliano Sciullo

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