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Economia e lavoro | 25 settembre 2019, 15:12

Da Torino all'Africa, le aziende locali costruiscono un ponte per lo sviluppo "a casa loro" [FOTO e VIDEO]

Tappa in città per il roadshow che promuove l'iniziativa di Confindustria e fondazione E4impact. Gallina: "Coniugare business e sociale è la soluzione migliore, anche sul tema immigrazione". Il caso della Dottoressa Reynaldi di Pianezza, che dal 2003 collabora con il Burkina Faso e ora punta alla Nigeria

Da Torino all'Africa, le aziende locali costruiscono un ponte per lo sviluppo "a casa loro" [FOTO e VIDEO]

Un ponte dall'Italia all'Africa, che passa anche da Torino. È quello che vogliono costruire le aziende del mondo Confindustria e che vede coinvolte anche alcune realtà di Torino e provincia. Il tutto seguendo i contenuti di un accordo firmato con E4impact, San Patrignano e International trade center. L'obiettivo? Dare vita a collaborazioni consolidate con aree del continente africano, per stimolare la crescita economica in quei Paesi. Lo slogan, infatti, è "Insieme per l'Africa".

"Un progetto inclusivo - spiega Dario Gallina, presidente dell'Unione industriale di Torino - che oltre ad avere valore sociale porta la nostra conoscenza anche in territori dove ora mancano". "Unire il business agli aspetti sociali è la formula ideale per fare sì che le cose funzionino. E spero che l'adesione sia importante. Anche per affrontare in maniera non passiva il tema dell'immigrazione nel nostro Paese. Chi si illude di fermare il fenomeno, deve capire che è come fermare il vento. Ma con questo accordo si può invece creare una classe di imprenditoriale che porti sviluppo nei Paesi d'origine. Dobbiamo inventarci qualcosa di nuovo e progetti come questo sono un buon inizio".

Stessa lunghezza d'onda per Fabio Ravanelli, presidente di Confindustria Piemonte: "Finalmente concretezza dietro quello che spesso è stato solo uno slogan, cioè quello di aiutare queste persone a casa loro. Mi farò io stesso promotore in tutta la nostra rappresentanza perché in tanti possano collaborare".

Nel Torinese c'è già chi opera in questa direzione. "Noi siamo a Pianezza e produciamo in Italia - spiega Marco Piccolo, ad di Dottoressa Reynaldi srl - ma da tempo lavoriamo col Burkina Faso, dal 2003, per produrre burro di karité. Lo paghiamo loro a costi europei, che per noi non cambia nulla ma per loro è venti volte tanto. E abbiamo realizzato una linea apposita. Abbiamo portato giù i macchinari e abbiamo insegnato loro a produrre e vendere, creando cultura aziendale in un Paese in cui fanno ancora la fame. Ora cerchiamo di replicare lo stesso modello in Nigeria, creando uno standard che possa portare ricchezza là da loro. Sono piccoli progetti, ma che danno grande speranza".

"La popolazione africana è una popolazione giovane, con un'età media di 19 anni e che presto raddoppierà - spiega Letizia Moratti, presidente di E4impact, fondazione nata a Milano in ambiente Cattolica - e 29 milioni di giovani ogni anno entrano in età lavorativa. Ma di questi il 70% non trova impiego. E questo vuol dire aderire a economie informali, oppure diventare preda di organizzazioni illegali".La sigla dell'accordo nazionale è stata formalizzata a San Patrignano. E si muove su tre linee di azione: "Creare un partenariato tra aziende italiane e africane - dice Moratti - per formare personale qualificato, ma anche formare giovani immigrati nelle nostre imprese per poi permettere loro, se lo vorranno, di ritornare ai loro Paesi e portare nuove imprenditorialità, magari in collaborazione con l'azienda che li ha cresciuti. Infine la creazione di green bond che possano sostenere progetti di sviluppo in Africa".

"Mettere insieme le nostre aziende e quelle dell'Africa per il co-sviluppo la dice lunga su quella che è la nostra visione del Paese, dell'Europa e del mondo - aggiunge Vincenzo Boccia, presidente nazionale di Confindustria - e sappiamo di essere un ponte tra Europa e Africa, con l'obiettivo di creare una società aperta e inclusiva". "Vogliamo contribuire a costruire un ceto medio sempre più sviluppato e autonomo, in Africa - prosegue Boccia - ed è una terza via rispetto all'export. Quando si dice 'aiutarlo a casa loro' gli slogan non bastano. Bisogna dare corpo a questo pensiero, visto che le emigrazioni di massa sono emigrazioni di poveri".

Massimiliano Sciullo

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