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Cultura e spettacoli | 19 maggio 2020, 10:30

"Ricreeremo con effetti speciali la magia della danza in teatro: Interplay vincerà la sua sfida digitale" [INTERVISTA]

Dal 20 al 30 maggio rassegna virtuale diretta da Natalia Casorati: "Prima di ogni spettacolo, un incontro con gli esperti avvicinerà anche il pubblico degli scettici, allargando le nostre platee"

Foto di Andrea Macchia

Foto di Andrea Macchia

Natalia Casorati, la nuova edizione di Interplay si svolgerà in due tempi: una parte nel periodo già previsto sul calendario, dal 20 al 30 maggio, esclusivamente online, l’altra, dal vivo, in autunno. Com’è strutturato il programma e quali sono gli artisti di maggior richiamo?

È stata una decisione sofferta, quella di quest’anno, ma alla fine abbiamo optato per dividere il festival in due momenti, appunto: il primo, in digitale, si terrà il 20, 22, 26 e 30 maggio, e lo abbiamo organizzato in collaborazione con un team di professionisti del settore. Saremo in onda delle ore 20.30 con interviste a esperti della danza contemporanea, e successivamente andranno in scena gli spettacoli in programma. Inizieremo con Sergio Trombetta e Silvia Gribaudi, a seguire; il 22, la critica Elisa Guzzo Vaccarino incontrerà la compagnia francese (LA)HORDE, il 26 Alessandro Pontremoli introdurrà Arno Schuitmaker e, per concludere, Chiara Castellazzi presenterà il doppio appuntamento con la Compagnia Tardito/Rendina e C&C Company. Abbiamo pensato potesse essere interessante immaginare una soluzione alternativa all’esperienza del teatro fisico, strutturando degli incontri preliminari e pre-registrati per conoscere più da vicino l’artista. Il tutto andrà in scena in una sorte di finzione cinematografica, per ricreare comunque l’emozione dello spettacolo dal vivo sfruttando le tecnologie a disposizione. Inizieremo con Graces in digitale di Silvia Gribaudi, che, come altri artisti, ha colto l’occasione per rimodulare la propria opera creando una sorta di “prima assoluta” per Interplay Digital, e speriamo che questo incuriosisca ancora di più il pubblico. Per quanto riguarda la seconda parte del nostro evento, in autunno, anche qui abbiamo immaginato come vivere la criticità in modo positivo. Tutta la sezione site specific e outdoor sarà posticipata: si tratta di spettacoli nati già in forma breve, adattabili ai diversi contesti urbani. Abbiamo contattato i colleghi degli altri festival per attivare una collaborazione nei prossimi mesi, come Torinodanza e Mirabilia, oltre alla stagione della Lavanderia a Vapore di Collegno. È solo un’ipotesi, al momento, perché ancora non sappiamo se i teatri potranno riaprire con le modalità previste. Lo capiremo a giugno. 

La diversità di fruizione implica anche un’evoluzione nei linguaggi utilizzati per far arrivare la danza a un pubblico ancora più vasto, rispetto a quello delle platee reali. Quali strumenti metterete in campo e in che modo gli artisti si sono riadattati?

Per tutti è una novità. Le tecnologie senz’altro, se utilizzate bene, sono un ottimo mezzo. Noi abbiamo chiesto a tutti gli artisti di mandarci dei video su come stanno vivendo in questo momento la propria carriera professionale e li abbiamo pubblicato sui social. Alcuni hanno davvero cavalcato l’onda elaborando immagini bellissime e utilizzando al massimo le potenzialità del mezzo digitale. Sicuramente possono nascere progetti e idee nuove anche dalle drammaticità. Speriamo di coinvolgere un pubblico più vasto rispetto a quello delle platee reali, magari una volta diffidente rispetto alla danza contemporanea. 

Il festival compie vent’anni in un momento storico particolarmente complesso per tutto il comparto della cultura e dello spettacolo. Avete riflettuto sul ruolo che la danza continua a incarnare, una manifestazione così capillare e dal respiro internazionale?

La danza è da sempre un linguaggio universale. Sicuramente nei momenti di criticità l’arte in genere fa bene, aiuta. Gli artisti hanno vissuto questo momento drammatico per l’intero mondo dello spettacolo dal vivo, ma non hanno smesso un attimo di comunicare con il proprio corpo sui social e i canali più disparati quello che stavano facendo. Non ci si è mai fermati, insomma. A livello di progetto e concetto, per la danza cambierà qualcosa, certo. Questa pandemia è stata troppo forte per non entrare nei messaggi lanciati dagli artisti. 

Il tema scelto per il 2020 è quello della sfida. La vostra, come organizzatori e promotori culturali, qual è?

Abbiamo costruito questo tema pensando a  una società che tende a escludere i più deboli, a sopraffare la natura. Era come se nell’aria già gli artisti lo percepissero, ancora prima dello scoppiare della pandemia. Quanto successo è stato un segnale d’allarme forte rispetto a qualcosa che non va. Noi non ci siamo fermati un giorno, l’idea di andare in scena con Interplay digitale lo dimostra. Abbiamo attivato un sistema di lavoro in smart working, facendo riunioni di tutto il team al completo su piattaforme virtuali, e devo dire che da una situazione di negatività abbiamo cercato di trovare quello che poteva essere un escamotage, qualcosa in più per adeguarci a una criticità reale che però non doveva abbatterci. Ecco, la nostra sfida è stata questa: non mollare mai.

L’esperienza della pandemia sta influenzando le poetiche artistiche contemporanee? Qual è il sentimento diffuso, dal suo punto di vista?

È una domanda che abbiamo posto a tutti gli artisti del festival. Senz’altro questa problematica è entrata nel loro lavoro, in particolare ci ha colpito una coreografa come Silvia Gribaudi, che lavora sul comico, sul far ridere lo spettatore. In una situazione del genere, lei si è ritrovata a reinterpretare la propria ironia all’interno di un contesto tragico. Credo che senz’altro le poetiche ne verranno modificate e ci saranno cambiamenti significativi in tutto il settore. 

Manuela Marascio

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