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Economia e lavoro | 19 giugno 2020, 11:36

Pandemia, la parola a Bankitalia: "Colpito un Piemonte che già era debole: 3 imprese su 4 vedono nero"

L'economia era in difficoltà anche prima del Covid: boom di richieste di liquidità, un'azienda su cinque è a rischio. Il lockdown ha bloccato attività e ricavi, soprattutto dall'export. Un piemontese su due ha in famiglia un sospeso dal lavoro e ha messo i soldi da parte

Pandemia, la parola a Bankitalia: "Colpito un Piemonte che già era debole: 3 imprese su 4 vedono nero"

"La pandemia ha colpito il Piemonte in una fase di marcato indebolimento". E' questa l'istantanea che la divisione regionale della Banca d'Italia - che si prepara a salutare il direttore, Luigi Capra - scatta al territorio: "Già nel 2019 si viaggiava in territorio negativo, in peggioramento rispetto al 2018 - spiega Roberto Cullino, responsabile dell'ufficio studi -. E il Coronavirus ha colpito duramente non solo l'economia, ma anche la società: il peso economico delle attività sospese dal lockdown, pur con i sistemi di filiera e il ricordo allo smartworking, è stato di circa un terzo, più della media regionale. Questo per la forte presenza dell'industria (dove la sospensione è stata del 46%, tre punti percentuali in più rispetto alla composizione nazionale), ma anche i servizi hanno pagato con il 22% e così pure l'export, parametro economico su cui il nostro territorio è piuttosto esposto. Nella stima del Pil regionale si è tornati ai livelli dei primi mesi del 2009".

Crollano i ricavi e l'occupazione
Nei primi sei mesi dell'anno la flessione dei ricavi è stata di circa il 20%, con cali ancora più forti per settori come servizi di alloggio, ristorazione e commercio. Ma trattandosi di una media, ci sono state variazioni anche superiori al 30% per circa il 40% delle imprese, fino al 60% per le aziende oggetto di sospensione. 
Uno shock complessivo dovuto soprattutto al calo della domanda interna, ma anche estera.
E le difficoltà si riverberano anche sul fronte dell'occupazione: nel primo periodo dell'anno la diminuzione è stata piuttosto limitata, pur vedendo coinvolto oltre un terzo degli occupati regionali in attività definite come non essenziali e dunque fermate dal lockdown. Ma si tratta di un fenomeno legato sia all'ampliamento della Cassa integrazione che all'uso di ferie e permessi, fino al divieto di licenziamenti. Tuttavia, se si analizzano soltanto le nuove posizioni lavorative create dal 1° febbraio al 25 maggio, sono calate di oltre 20mila unità rispetto allo stesso periodo del 2019. Sono coinvolti tutti i settori di attività economica, ma soprattutto il turismo-tempo libero, commercio o costruzioni e in particolare le posizioni a tempo determinato. Oltre la metà dei piemontesi, inoltre, vive in una famiglia in cui si trova almeno un componente coinvolto in settori interessati dalla sospensione dal lavoro. Circa il 25% dei piemontesi vivono poi in famiglie in cui non c'è nemmeno un lavoratore a tempo indeterminato.
Facile dunque immaginare come tra marzo e aprile si sia manifestata una netta contrazione dei consumi, sia per le chiusure delle attività, sia per un netto calo di fiducia.

Le previsioni per il futuro
Anche se formulate in una fase di incertezza molto critica, emerge tra le aziende un'elevatissima negatività: oltre il 75% prevede infatti un 2020 con fatturato in calo e nell'industria il 70% prevede la riduzione degli investimenti. Ma la condizione di incertezza è più vasta e riguarda anche l'evoluzione dell'epidemia e gli effetti relativi sulle imprese e sui comportamenti delle persone.

Credito e liquidità
Fin da marzo il fabbisogno di liquidità delle imprese è cresciuto bruscamente: le imprese a rischio liquidità, pur tenendo conto dei provvedimenti del Governo, sono circa un quinto del totale dell'economia piemontese. Il credito alle imprese è comunque decisamente aumentato, invertendo la tendenza del 2019 soprattutto per le aziende di medie e grandi dimensioni, ma anche per le piccole i finanziamenti sono aumentati. In base ai dati del Fondo centrale di garanzia, pur con iniziali ritardi e frizioni, dal 25 marzo al 26 maggio sono state accolte quasi 25mila richieste di garanzia, pari a 923 milioni di euro: è stato un volume che equivale a circa cinque volte quello che si registrava nello stesso periodo del 2019. Oltre il 90% delle richieste è stato per finanziamenti di importo fino a 25mila euro, dunque quelli destinati alle pmi.

Sempre tra marzo e aprile è calato anche il credito alle famiglie, sia per i mutui (l’acquisto di case chiude il primo semestre con -11,7%) che per il credito al consumo, mentre sono aumentati i depositi finanziari (dal 5,6% di fine 2019 al 6,7%, fino al 7,5% della fine dello scorso aprile), mentre le turbolenze sui mercati hanno fatto calare il valore dei titoli.
Tuttavia le famiglie sono arrivate alla crisi con un livello di indebitamento relativamente basso rispetto alla media italiana e al Nord Ovest. La quota di prestiti con difficoltà di rimborso è contenuta e la diffusione di famiglie in condizioni di fragilità finanziaria è ridotta, anche se bisognerà vedere gli effetti di questa crisi, in futuro. Al momento le famiglie piemontesi conservano comunque una ricchezza pro capite superiore alla media nazionale.

In termini generali di qualità del credito, si nota un tasso di deterioramento dei prestiti molto basso, inferiore al 2006-2007. La concessione di finanziamenti si è infatti ricomposta con il passare del tempo verso le imprese più solide e il tasso di copertura dei crediti deteriorati è decisamente confortante, per gli istituti bancari.

Gli effetti sugli enti locali
Per quanto riguarda gli enti territoriali, la pandemia ha fatto crescere le spese e ha fatto calare le entrate. Per i Comuni, in particolare, la perdita di gettito è stata di circa il 5% delle entrate correnti annue.
Il livello di debito degli enti piemontesi nel 2019 era comunque molto elevato, ma soprattutto era legato ai conti della Regione, mentre i Comuni - escludendo Torino - in molti casi (quasi la totalità) si trovavano in posizione di avanzo.

Per quanto riguarda il solo sistema sanitario, prima della pandemia la Sanità piemontese contava su una media di posti letto paragonabile a quella delle regioni del Nord e superiore alla media nazionale, ma alcuni elementi di debolezza già presenti hanno finito per emergere in maniera anche prepotente: per esempio i pochi posti di terapia intensiva e una rete territoriale piuttosto debole. A conferma dunque di quanto già si è detto a livello politico e istituzionale in questi mesi.
Una risposta importante è arrivata con l'assunzione di 2300 persone e la creazione di nuovi posti di terapia intensiva, ma il monitoraggio della pandemia con i test si è manifestato con più lentezza rispetto al resto del Nord Italia.

I commenti
I numeri di Bankitalia non lasciano indifferenti gli esponenti istituzionali del territorio, soprattutto dal punto di vista economico. "Bisogna interpretare il cambiamento: il lockdown ci ha fatto capire che come impresa bisogna modificare la propria offerta e l'accelerazione verso il digitale è diventata ancora più urgente", dice Dario Gallina, attualmente presidente sia della Camera di Commercio di Torino che dell'Unione Industriale.
"Bisogna intervenire sulla fiducia, sui consumatori e anche sulle nostre filiere più importanti come l'automotive. Per questo ho preso carta e penna e ho scritto al Governo sollecitando gli incentivi per chi vuole cambiare auto. Servono decisioni importanti anche sulle infrastrutture, così come la Tav, che potrebbero sbloccare risorse importanti per la ripresa e sulla semplificazione".

"La pandemia ha colpito duramente il Piemonte, ma avremo le capacità di risollevarci - aggiunge Vladimiro Rambaldi, presidente del Comitato Torino Finanza - e con lo sforzo di tutti il Pil regionale, che avremo entro il 10 di agosto e che è annunciato in calo, dovrà tornare a crescere. Non bisogna perdere l'occasione di ripartire dopo questa crisi".

E tra Piemonte e scenario nazionale interviene Alberto Dal Poz, presidente di Federmeccanica. "Il Piemonte produce l'8% del Pil nazionale e il 12% nella metalmeccanica, con una forte vocazione all'export e una scarsa propensione all'import: questo spiega i dati negativi di Banca d'Italia, che sono confermati - a un livello anche leggermente peggiore - da quelli elaborati dalla nostra indagine di settore. In questo 2020 si svela su scala italiana un calo del 43% a marzo e un ulteriore 23% nel mese di aprile: la metalmeccanica va male, peggio del resto dell'industria italiana, proprio perché siamo forti esportatori e dunque subiamo il mercato estero e il calo della loro domanda". "Solo nel mese di aprile sono state autorizzate oltre 300 milioni di ore di cassa integrazione per addetti metalmeccanici - prosegue Dal Poz - un numero che di solito veniva raggiunto quasi in un intero anno, in passato. Veniamo da anni complicati e di calo di valore di produzione. La sola auto aveva generato una decrescita di circa il 12% per la nostra economia e questo si percepisce soprattutto in Piemonte, dove era già in atto un momento di profonda riflessione per la meccanica e l'auto in particolare. Anche per questo Torino e il Piemonte hanno un tasso di disoccupazione giovanile assolutamente più alto della media italiana, allineato alle realtà peggiori della nostra nazione. E da marzo e aprile tutto è ancora peggiorato".

"Da parte della Banca Centrale Europea siamo a un livello di erogazioni da record e dunque siamo di fronte a un'occasione storica. Come ha detto il nuovo presidente nazionale di Confindustria Carlo Bonomi agli Stati Generali, se sommiamo tutte le misure straordinarie messe a disposizione tra Mes non condizionato e fondi europei, fino al recovery fund, si arriva a circa il 25% del nostro Pil a disposizione del nostro Paese per i prossimi anni. E' un'occasione storica e non riconoscere che questa volta l'Europa ha imboccato l'estensione del bilancio con debito pubblico e mettendo in moto risorse - a differenza di quanto fatto con la crisi del 2008 - sarebbe un grosso errore. Ma più del quanto, interessa il come questa liquidità e in quanto tempo arriverà alle imprese e sarà scaricata a terra. il fattore tempo è cruciale ed è importante essere veloci e può portare alla salvezza delle imprese e di centinaia di migliaia di posti di lavoro".
"Lavorare ad agosto? - conclude Dal Poz - spero davvero di dovermi porre il problema. Problema per il quale sono sicuro che la negoziazione sarà l'ultima delle preoccupazioni. Speriamo piuttosto che non ci siano aziende che, attendendo settembre per le decisioni di sostegno dal governo, non si trovino a dover chiudere a giugno".

E da Confagricoltura Piemonte, il presidente Enrico Allasia aggiunge: “Il crollo dei ricavi, la forte diminuzione dell'occupazione, il blocco della catena dell'Horeca con il conseguente sconvolgimento dei consumi alimentari e il drastico calo delle esportazioni di vini e formaggi evidenziano una situazione di crisi diffusa che il nostro Paese non viveva da oltre un decennio”. "Il sistema bancario deve valorizzare le imprese sane, le quali sono motivate a realizzare investimenti per garantire possibilità di sviluppo, reddito e occupazione. In questo contesto, l'agricoltura è pronta a fare la propria parte".

Massimiliano Sciullo

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