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Economia e lavoro | 16 luglio 2020, 10:00

I semi femminizzati per tutte le colture

Qualunque metodo di coltivazione fosse scelto, rimaneva un cruccio per il breeder: le infiorescenze di cannabis che possono essere fruttate sono solo quelle che nascono dalle piante femmina

I semi femminizzati per tutte le colture

Qualunque metodo di coltivazione fosse scelto, rimaneva un cruccio per il breeder: le infiorescenze di cannabis che possono essere fruttate sono solo quelle che nascono dalle piante femmina di marijuana. Non vi è un modo per saperlo prima e quindi in passato i coltivatori erano costretti a piantare un gran numero di semi e poi a recidere le piante maschio prima che arrivassero a completa fioritura, per impedire che impollinassero quelle del sesso opposto.

Ovviare a questo problema era piuttosto dispendioso, considerando anche che le femmine nascevano con una probabilità media del 50%. Quel che è stato pensato e, sorprendentemente, raggiunto è innalzare questa percentuale fino a oltre il 90%, attraverso la creazione di una tipologia di semi, detti femminizzati, che hanno rivoluzionato la coltivazione della pianta di cannabis. La tecnica di femminizzazione è stata applicata su un gran numero di strain, mano a mano che l’efficacia di questi semi è stata sperimentata dai consumatori.

- Luce, rapidità e qualità

Allo stato attuale, quindi, è molto difficile trovare delle aziende agricole che non facciano uso di semi femminizzati, considerando anche che da questa tipologia di sementi ne sono state ricavate altre, che si sotto certi punti di vista possono essere considerati una sorta di potenziamento dei semi in oggetto. Si fa riferimento in particolare ai semi autofiorenti, o automatici, una varietà di pianta femminizzata, che ha ereditato dalla specie Ruderalis di cannabis la capacità di fiorire in poco tempo e senza necessità del ciclo di luce di 12 ore canonico. Ancora, quelli a crescita rapida sono un tipo di semi con una velocità di fioritura straordinaria e che conserva le alte probabilità dei fem di dar vita a piante di sesso femminile.

Sotto altri punti di vista, però, le piante femminizzate sono da preferire rispetto a quelle che vengono da semi autofiorenti o a crescita accelerata e vi è anche chi ancora sostiene la superiorità della coltivazione con semi regolari, nonostante gli inconvenienti in termini di probabilità. Al centro del dibattito tra i breeder c’è soprattutto la questione della qualità delle infiorescenze. È vero che con semi autofiorenti si può avere una fioritura sicura in tutti i mesi dell’anno e che quelli a crescita accelerata permettono il raccolto dopo pochissimo tempo, ma i fiori che si ricavano sono di qualità inferiore, spesso caratterizzati da un’intensità minore degli effetti.

Per questo, molti preferiscono e consigliano di avvalersi di semi femminizzati, che mantengono un alto standard in termini di valore e ricchezza delle cime di marijuana. Tanto più che allo stato attuale esistono molti modi per cercare di arginare al massimo gli impatti dell’ambiente esterno sulla pianta. In particolare, sono stati sviluppati dei metodi di coltivazioni innovativi, che permettono di prescindere dalla stagione e dalle ore di luce o dalle condizioni del terreno.

- I metodi di coltivazione

Se la terra, per le sue proprietà o perché arida o sabbiosa, è inadatta alla coltivazione di cannabis, si può optare per coltivazioni idroponiche o aeroponiche. Le prime, sono colture da fare all’aperto o in serra, in cui la pianta cresce “senza terra”, ma con la sola forza dell’acqua. Si crede che questo fosse il metodo usato anche nei giardini pensili di Babilonia: attraverso lo scioglimento delle sostanze nutritive e di ossigeno nell’acqua, le radici ivi immerse riescono ad assorbire tutti i nutrienti di cui la pianta ha bisogno per crescere. L’aeroponica è invece in serra e non necessitano né di essere inserite nel terriccio né di ulteriori mezzi di sostegno, in quanto il nutrimento gli arriva con la nebulizzazione di acqua e di fertilizzanti minerali sulle radici.

Se invece i problemi sono le poche ore di luce giornaliere o le rigide temperature dell’inverno, allora è meglio che la coltivazione sia trasferita all’interno. Si ricorda la coltivazione indoor, quella condotta in luoghi chiusi ma non in serra. Se invece si fa ricorso a queste ultime strutture specificamente dedicate all’agricoltura, allora si parla di Glasshouse e Greenhouse. Quest’ultima è la classica serra, in cui il coltivatore è sì in grado di controllare la temperatura e l’umidità dell’ambiente e utilizza solo luce artificiale. Diversamente, la nuova formula della Glasshouse: una serra di vetro, che lascia passare la luce solare, quando c’è, mentre utilizza una specifica luce artificiale quando manca. È un metodo molto efficace per avere fioriture tutto l’anno e anche più cicli di una stessa pianta e si colloca a metà tra la tecnica Greenhouse e quella indoor vera e propria. In quest’ultimo caso, infatti, è il breeder che è in grado di controllare tutte le variabili, dalla luce, all’umidità, i nutrienti del suolo, l’ossigeno o l’acqua. Tuttavia, questo metodo è estremamente caro e complicato, perché richiede una strumentazione e un dispendio di energia, elettrica e non, davvero elevati. La Glasshouse, per quanto mantenga i livelli di sofisticatezza dell’indoor, permette un risparmio notevole, sfruttando la luce e il calore del sole, quando effettivamente ci sono.

Con queste tecniche, anche quelle più innovative, l’uomo è riuscito senza dubbio a risolvere quasi tutti i problemi che la coltivazione della cannabis presentava, tranne uno: far crescere sempre piante di sesso femminile. Cosicché i semi femminizzati hanno colmato questo vuoto, risultando il migliore tipo di seme da utilizzare per ogni tipo di coltivazione.

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