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Politica | 21 settembre 2020, 16:25

Appendino condannata per il caso Ream, la sindaca si difende: “Ricorrerò in appello, certa della mia innocenza”

La prima cittadina in un post Facebook: “Porterò regolarmente a scadenza il mio mandato, in attesa del giudizio in appello. Come previsto dal nostro regolamento interno, invece, mi autosospendo dal Movimento 5 Stelle”

Appendino condannata per il caso Ream, la sindaca si difende: “Ricorrerò in appello, certa della mia innocenza”

Non si è fatta attendere la reazione di Chiara Appendino, a seguito della condanna a sei mesi per il caso Ream. Dopo aver parlato con i giornalisti al termine dell’udienza, la sindaca si è rivolta ai cittadini su Facebook con un post con cui ha espresso un triplo contenuto: la volontà di portare a termine il mandato senza dimettersi anticipatamente, l’autosospensione dal M5s e infine la ferma decisione di ricorrere in appello, certa della sua buona fede e quindi dell’innocenza.

Se è stato fatto questo errore, ribadisco che è stato fatto in assoluta buona fede e senza alcuna volontarietà di commettere il falso.  Ed questa è la tesi per cui ci batteremo fino all’ultimo grado di giudizio” ha spiegato Appendino. “Questa sentenza non pregiudica la possibilità di rimanere in carica e, quindi, porterò regolarmente a scadenza il mio mandato, in attesa del giudizio in appello. Come previsto dal nostro regolamento interno, invece, mi autosospendo dal Movimento 5 Stelle, sempre fino al prossimo grado di giudizio che auspico arrivi nei tempi più brevi possibili” si legge sul post Facebook.

La sindaca ha poi voluto spiegare le ragioni che l’hanno portata a commettere l’errore ritenuto reato dai giudici:  “Le accuse mosse alla sottoscritta, all’assessore al Bilancio, al mio ex capo di gabinetto e al direttore finanziario del Comune erano di aver imputato nell’esercizio di bilancio sbagliato una sorta di “debito” atipico di 5 milioni di € del Comune nei confronti della società Ream, generato nel 2012. Noi l’abbiamo iscritto, d’accordo con la società Ream, nel 2018, scelta per la quale anche la Corte dei Conti, pur sollecitata da più fronti, non ha mai mosso alcun rilievo. Secondo la Procura, invece, questo debito andava iscritto nel bilancio 2016”. 

Oggi, la Gup, ha validato la tesi della Procura, emettendo sentenza di condanna per “falso in atto pubblico” per il bilancio 2016 mentre sono stata assolta, dalla stessa accusa, per il bilancio 2017 perchè il fatto non sussiste. Ricorrerrò in appello, certa della mia innocenza e della mia assoluta buona fede.  In primo luogo tengo a sottolineare che, come è evidente anche dalle carte processuali, non ho  tratto alcun vantaggio personale, anzi: l’accusa, nella sostanza, era di aver ingiustamente “avvantaggiato” il Comune. Non ho mai avuto alcun problema a risanare un bilancio “disastrato” come quello ereditato, anche con manovre impopolari. Questa cifra, definita dal perito “peanuts” noccioline (parliamo di meno dello 0,4% del bilancio dell’Ente), poteva anche essere inserita nel bilancio 2016, senza portare in dissesto l’ente, sempre a detta dei periti.  Non avrei mai avuto, dunque, il movente per commettere intenzionalmente il falso” ha proseguito la sindaca.

Semplicemente, in un quadro normativo molto complesso e in una situazione definita dai periti “unicum”, “peculiare” e “eccezionale”, abbiamo scelto di imputarla al 2018 perché ritenevamo fosse la scelta giusta da fare alla luce delle informazioni in nostro possesso e degli accordi intercorsi” ha poi concluso Appendino

Redazione

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