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Cultura e spettacoli | 21 novembre 2020, 06:15

Poesia bambina

Facciamo un tuffo nell'infanzia, il periodo più poetico della vita. La veste temporale che meglio calza il linguaggio lirico, spontaneo e vero

Correndo sulla spiaggia, Valencia - Joaquín Sorolla 1908 - Olio su tela - Museo de Bellas Artes de Asturias

Correndo sulla spiaggia, Valencia - Joaquín Sorolla 1908 - Olio su tela - Museo de Bellas Artes de Asturias

C'è da dire che è molto stimolante trovare ogni settimana chiavi di lettura differenti, altrettanto valide e usarle per aprire la porta a nuove possibilità. Nuove riflessioni. Nuove idee.

Scegliere argomenti che possano svelare, sorprendere, spiazzare, in-segnare. Letteralmente, "segnare dentro".

Con un particolare troppo spesso ignorato: la poesia sta bene su tutto! Perché la poesia è in tutto, umana come il cuore che batte in voi, proprio adesso.

Sarà la malinconia che esplode ancor più forte in questo secondo lockdown, sarà che sono una zia innamorata in astinenza da coccole, ma sento fortissimo il bisogno di trattare oggi, con voi #poetrylovers (e con chi ancora non sa di esserlo!), il tema dell'infanzia.

Ah, beata infanzia! Non credo esista un periodo della vita più poetico di lei. È, probabilmente, la veste temporale che meglio calza il linguaggio lirico, spontaneo e vero.

Spontaneità e verità, due qualità di cui l'infanzia abbonda e di cui la poesia è fatta.

Lo siamo stati tutti, bambini. C'è chi ne porta ancora addosso tratti evidenti, chi sa nasconderli meglio, chi li condivide con parsimonia, chi li ha scordati. L'infanzia è quel breve lungo percorso, ovattato e chiassoso, nel quale scopriamo di avere una voce, un corpo, emozioni, gusti personali (io, ad esempio, ho stretto un sodalizio col pistacchio e gli sono tuttora fedele), fantasia.

Persino una volta cresciuti, le atmosfere sognanti e pure dell'infanzia ci riportano spesso indietro, ci trascinano e ci attirano lì, dove tutto è iniziato. Dove tutto finisce, ancora e ancora: i profumi, i gesti, le piccole tragedie che ancora sentiamo sottopelle, l'incontro inevitabile con la morte e la paura.

Mi chiedo se ce ne si distacchi mai davvero; voi cosa ne dite? Da questa dimensione fanciullesca che trasuda fascino, che è stata il nostro primo vero incontro con la vita, ci allontaneremo mai? Dovremmo farlo, poi?

Ora, dopo aver elogiato l'infanzia e lanciato interrogativi a destra e a manca, vorrei arrivare al nocciolo della questione. Sbucciare il pistacchio, per dirla a modo mio. 

Doverosa una breve parentesi: infanzia non è sempre sinonimo di gioia, felicità, di sereno ambiente familiare e camerette con arcobaleni stampati alle pareti. Spesso è tutt’altro. Spesso un bambino non ha alcun diritto ad esserlo, bambino. Fa male sentirselo dire. Fa male immaginare o peggio leggere di storie violente, degradanti, accadute.

Tanto è il bene che ognuno di noi, tuttavia, con un pizzico di organizzazione e buona volontà, può infondere direttamente in vena al mondo. In base alle proprie circostanze, SCEGLIERE di compiere piccoli o grandi gesti e sostenere minori o maggiori costi: il sostegno a distanza, le donazioni, le opere di volontariato, l’adozione, offrirsi come genitori affidatari, le vacanze socialmente utili, per citarne alcuni.

Serve analisi, però, introspezione. Quegli ormai rari momenti di riflessione in cui piantare e coltivare con costanza il seme dell’altruismo. Scegliere che pianta vogliamo essere, crescerla, come un bambino sceglie istintivamente di amare. Solo allora agiremo.

- Sentite che arriva? -

Un saggio contadino consiglierebbe di certo, come prima cosa, di preparare il terreno. Non è granché diverso dal nostro caso: occorre preparare noi stessi a quel seme, arare, fargli spazio, lasciarlo libero di mettere radice, profondamente.

Impossibile riuscirci senza tornare bambini, laddove nascono quelle radici che il tempo in buona parte estirpa.

La vita frenetica non aiuta: rende la vista sfocata, tutta concentrata alla cura del proprio “orticello”, dimenticando di essere dei privilegiati. Di aver potuto dare per scontato quello che altri non conoscono neppure.

- Un attimo di pazienza, ci siamo quasi! -

Ci avviamo anche stavolta al termine dell’articolo. Vi ho messo alle corde, come sempre, una riflessione dopo l’altra, trascinati con me verso un epilogo prestabilito. Se mi avete seguita, dovrete pur condividerne almeno un pezzetto, no?!

Ecco, siccome lo spero e prendo il vostro silenzio per un “sì”, posso dirvi ufficialmente che è giunto il momento della poesia! 

Inizialmente vi ho parlato della vicinanza tra quest’ultima e l’infanzia, fatte della stessa pasta di purezza e verità.

Sappiatelo: non era che un assaggio di quanto le loro strade siano intersecate, come quelle famose radici.

La lirica, affondando nell’io più autentico, è una delle forme d’arte più adatte a riscoprire l’infanzia, riportarla a galla, da adulti, come pure ad esplorarla, sin da piccini. Questo meraviglioso strumento ci permette di fissare per sempre sensazioni, ricordi, energia, atmosfere su carta. La poesia può davvero innaffiare il seme del cambiamento, in un ciclo infinito in cui perdiamo e ritroviamo il bambino che vive in noi.  Psicologi e terapisti sfruttano da anni le sue potenzialità.

Nel nostro piccolo, perché non tentare un esperimento? Questa settimana, scriviamo una poesia. Dedichiamola al cucciolo d’uomo che siamo stati; acciuffiamolo, prima che scompaia!

Leggerò volentieri i vostri componimenti, se vorrete condividerli. Scrivetemi all’indirizzo: johanna.finocchiaro@poetiemozionali.it  

La mia preferita sarà citata sul prossimo articolo!

Tornando a noi, la lirica della poetessa toscana Chiara Rantini è uno splendido esempio di quanto espresso finora.

Seguendo la Sua personale visione dell’infanzia, da intendersi non solo come tempo cronologico della vita, la poesia ha voluto “riacciuffare” una particolare sfumatura, la situazione tipica in cui vivono idealmente tutti i bambini: essere accuditi, avere una mano amica da stringere sul cuore. 

Questo bisogno non termina con il crescere dell’età. Siete d’accordo?

Godiamoci la lettura. Finalmente!

“RITORNO NEL LETTO DI BAMBINA”

Dietro alle fiamme vagammo per le vie,
scrutando il volto della notte
luce bianca e oscurità
tastando ciechi l'aria fredda
sino alla casa aperta
muta nell'abbandono.

Era chiudere gli alberi fuori
e salire sul letto di bambina,
il volto chino offerto ai baci
lasciarsi incantare
da una catena di parole.

Tacevano le visioni,
assenti le paure
c'era solo una mano
da stringere sul cuore
dolce attesa del sonno.

Come una coperta di seta
scendeva su di noi la notte,
i volti rivolti ad oriente
le mani in un nodo d'amore.

L'attenzione non cade anche a voi sul “letto di bambina”?
Cosa credete simboleggi? Un rifugio di eterna tenerezza? La sicurezza? La solitudine di un ricordo che non tornerà?

Pensateci su.
Alla prossima.

Johanna Poetessa

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