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Valle di Susa | 18 luglio 2021, 09:49

Al Bal Dle Masche: storie da paura intorno al fuoco, tra riti ancestrali, perfidi inquisitori e immaginario collettivo

La Val di Susa e quel legame antico con le Masche, le streghe che incutevano timore agli abitanti dei paesi. Tra tradizione ed esoterismo

Al Bal Dle Masche: storie da paura intorno al fuoco, tra riti ancestrali, perfidi inquisitori e immaginario collettivo

Quando ero piccola, in estate mi piaceva accompagnare mio nonno a bagnare l’orto: appena finito di cenare, mentre mia madre e mia nonna rigovernavano, noi ci incamminavamo verso i prati appena fuori dall’abitato. Si svolgeva tutto il rito del caricare la pompa a leva con un po’ d’acqua, finché un gorgoglio non annunciava il fiotto freddo e scrosciante nel barile.

Un “bagnor” per i pomodori, uno per le melanzane, uno per il basilico e uno per i fagiolini, finché tutte le file non profumavano di terra bagnata e di verde. Al momento di tornare, si vedevano le prime evoluzioni dei pipistrelli, ignare creature della notte che portavano nel nome le paure più irrazionali.

Le Rate volòire! Quindi topi, che dopo secoli di pestilenze facevano paura, e che volavano, e anche questo faceva paura. Per questo venivano associati spesso alle Masche, le streghe che incutevano timore agli abitanti dei nostri paesi fino a non molto tempo fa.

Io tentavo inutilmente di farmi raccontare dal nonno le storie delle Masche, ma lui scuoteva la testa e diceva che erano “mach falabracade”, solo stupidaggini, che erano cose che si dicevano, ma lui non aveva mai visto volare nessuno, e il discorso finiva lì.

Intanto, crescendo, ho imparato che non solo i pipistrelli erano associati alle oscure adoratrici del Maligno, ma anche i gatti neri, i caproni, i rapaci notturni, soprattutto la Civetta (Sivitola) e l’Assiolo (Ciocaneuit) . In una ridda di esseri umani e animali volanti e turbinanti nel vento, nelle notti consacrate alle forze arcane si compivano riti innominabili, e quasi in ogni paese della Valsusa c’era, e c’è tuttora, un masso piatto o coppellato, una radura, uno sperone roccioso, che ancora è chiamato “Bal dle Masche”.

A Vaie l’atmosfera è più fantasy, abbiamo la “Pera dle Faje”, ma non si tratta di eteree fatine, bensì di energumene furiose capaci di far ballare un malcapitato viandante fino a lasciarlo tramortito e ammutolito, a monito per coloro che troppo vogliono sapere… Le centotrentuno coppelle incise sulla superficie sarebbero le impronte dei tacchi delle loro scarpe, o i segni dei loro bicchieri.

Più avventurose e temerarie, le Masche ‘d Belian (bgt. Bigliano) danzavano su una roccia protesa nel vuoto come un trampolino, che mette i brividi già a vederla in pieno giorno; quelle della Sèja, sopra Villar Dora, prediligevano invece un lastrone liscio incorniciato da fronde di quercia.

Le Masche potevano far perdere il latte alle vacche o alle capre, o far morire i neonati nelle culle, o ancora azzoppare le bestie da soma, o scatenare tempeste di grandine a distruggere i raccolti, ma potevano anche far cessare una “mascarìa”, neutralizzare un maleficio: se una Masca era particolarmente potente, era definita una “Vajanta”.

Molto di ciò che si dice di queste donne dai poteri sovrannaturali deriva dalle paure ataviche di popolazioni che certo non ebbero vita facile: era impossibile spiegare la morte improvvisa di un bambino, la malattia che decima un gregge, la tempesta che distrugge i campi in un paese e li lascia intatti nel paese vicino.

Con i primi sinistri bagliori dei roghi, l’Inquisizione anziché estirpare le radici di eresia e stregoneria (che nei deliranti capi di accusa finirono spesso per coincidere), contribuì ad alimentare leggende e credenze. Sotto tortura infatti gli accusati ammettevano tutte le nefandezze suggerite dagli aguzzini, arricchendole ulteriormente di particolari agghiaccianti pur di far cessare i tormenti, anche se la pace arrivava, troppo spesso, tra le fiamme.

Dalla finestra aperta lascio entrare il profumo della campagna, voli di lucciole tra metafisiche rotoballe di fieno, e nel silenzio stellato, il canto stridulo della civetta, che mi racconta di antichi sortilegi.

Grazia Dosio

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