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Copertina | 01 ottobre 2023, 00:00

Arturo Brachetti: “Nella mia Torino a colori porto gli eccessi della Berlino anni Venti”

Il trasformista più famoso al mondo in scena dal 10 ottobre con “Cabaret”. “Questa città io ce l'ho sempre in testa: non ditelo ai francesi, ma il mio ciuffo è la Mole Antonelliana, non la Tour Eiffel...”

Arturo Brachetti: “Nella mia Torino a colori porto gli eccessi della Berlino anni Venti”

Ha portato i suoi show in tutto il mondo, Arturo Brachetti, ma il suo cuore ha battuto sempre e soltanto per Torino, la città dove è nato e che lui ha deciso di portare con sé in ogni momento, facendone un marchio di fabbrica: “Il mio ciuffo?”, spiega, “Non ditelo ai francesi: non è la Tour Eiffel... è la Mole Antonelliana”.

Attore, illusionista, regista teatrale, Brachetti è considerato una vera e propria leggenda del quick-change, disciplina per cui è entrato anche nel Guinness dei primati in quanto “trasformista più veloce del mondo”.

I primi successi sono arrivati a Parigi, poi in Germania, a Londra e infine a Roma. Ma tutto è partito da Torino...

Io sono un prodotto a chilometri zero, torinese al 100%: i miei sono piemontesi da secoli, mio nonno operaio alla Fiat, mio padre impiegato alla Fiat. Il mio destino era quello, dovevo essere un ragioniere alla Fiat, e invece ho lasciato la città alla fine degli Anni Settanta. Però non era la Torino di adesso: era una città grigia, dove per orientarti e riconoscere i punti cardinali ti bastava guardare i fumi delle ciminiere, dalle Ferriere al Lingotto. La sera, poi, era spenta: gli orari erano dettati dai turni della Fiat, in giro non c'era nessuno. Ricordo un 30 agosto di tanti anni fa, ultimo giorno di ferie: a mezzanotte sembrava che la città fosse stata evacuata, tutti erano a casa a dormire. Lì, tra Madonna di Campagna e Barriera di Milano, io avevo avuto un'infanzia in bianco e nero, ma già allora i miei sogni erano a colori. Quando, dopo tanti anni all'estero, sono tornato, quei colori li ho trovati: Torino era una città diversa, frizzante, era stata capace di trasformarsi proprio come faccio io.

E infatti oggi vive stabilmente qui.

È inevitabile. Questa città mi appartiene e io appartengo a lei, mi ci riconosco. Io vivo in un posto splendido, Palazzo Chiablese: il mio balcone dà su un paesaggio mozzafiato, una vista su Torino da fare invidia. Da qui vedo tutto tranne Superga: Palazzo Reale, il Duomo, la Mole Antonelliana, Palazzo Madama, i Cappuccini laggiù in lontananza, la chiesa di San Lorenzo e il “dito di Mussolini” (la Torre Littoria, ndr)... Tutto in un'unica fotografia panoramica. Non è un caso se non ho avuto la televisione per anni, mi bastava guardare fuori per trovare la bellezza. E per uno come me che è geneticamente figlio di Torino è un privilegio. Io, destinato alla Fiat, mi sono ritrovato a vivere nella parte povera di Palazzo Reale: questa città mi ha dato molto di più di quanto mi sarei aspettato.

Tre mesi fa il Comune le ha affidato un incarico importante: quello di Ambasciatore di Torino nel Mondo.

Mi fa enormemente piacere. Quando c'è bisogno di parlare bene di Torino, io ci sono sempre. L'ho detto anche al sindaco. Questa è una città che mi diverte raccontare, anche la storia della Torino Magica che è inventata al 95% ma fa parte della nostra cultura. E poi c'è tutto il resto: una città stupenda visivamente e architettonicamente, effervescente dal punto di vista artistico. In questo la vedo simile a Napoli, pur mantenendo la sua eleganza e il suo rigore, che per fortuna è comunque un rigore italiano e non svizzero, intendiamoci.

Che locali frequenta in città?

Io non faccio movida, ma mi piace vederla, osservare come Torino cambia di notte, come i quartieri si adattano ai loro frequentatori: la zona del quadrilatero per i quarantenni, San Salvario per i trentenni, per i ventenni piazza Vittorio e Vanchiglia... Poi c'è da dire che Torino è a misura d'uomo, con un centro molto vasto. A me piace la piola delle Porte Palatine, dove si parla piemontese e tutto è rimasto come negli Anni Cinquanta.

Ma dove va a mangiare?

In verità non sono un buongustaio, mangio un po' da suora: a casa riso bianco scondito, carne cruda o salmone freddo. Però quando esco vado sempre negli stessi posti, evito i ristoranti chic o gourmet. Mi piace Eataly, che è la mia cantina di riferimento, se no vado in pizzeria, al sushi, al tailandese. La mia debolezza è invece la pasticceria: se devo fare un peccato di gola, ho una lista di Caffè storici che alterno in base a cosa desidero mangiare: Mulassano per il caffè, Baratti per le brioches, il San Carlo per il panbrioche. Per la sacher vado da Chiccisani, per la crema da Racca, per la cioccolata da Fiorio, poi ci sono Platti, Gobino, Castagno... E ogni settimana vado da Perino per il pane. Insomma, pecco poco ma quando lo faccio inforco la bici e pecco in grande.

Già, la bici... riesce a girare tranquillo nonostante la sua notorietà?

Da quando ho scoperto quella elettrica, mi muovo sempre così. D'altra parte la città ti entra dentro per osmosi, vivendola, girandola. Se vedo qualche straniero con la cartina in mano, sono il primo a offrirmi per dare indicazioni, ma di solito mi guardano male. I torinesi invece sono molto discreti, anche all'eccesso. Ci sono giorni in cui nessuno mi considera, sembro l'uomo invisibile, altri in cui qualcuno mi ferma per un selfie e di solito dopo il primo ne arrivano altri. Ma la maggior parte delle volte succede che la gente mi guarda, mi fa un mezzo sorriso come dire 'Guarda che ti ho riconosciuto', ma poi non mi ferma, non so se per mancanza di coraggio o per rispetto, di certo capita solo a Torino...

Nell'ultimo anno Torino le ha regalato la possibilità di tornare su due palcoscenici di primissimo piano: il Regio e l'Alfieri.

Nel 1930 Torino aveva 32 teatri a pieno regime: non ci sono più ovviamente, però quelli che sono rimasti sono molto belli e molto frequentati. Io, a Torino come a Parigi, me li sono fatti quasi tutti. Al Carignano ho bei ricordi con Macario, ma l'ultima volta ci sono stato 20 anni fa. Poi sono stato al Massaua e in tanti altri. Al Regio ci avevo lavorato a 18 anni come comparsa e mai avrei pensato di tornarci da protagonista, con l'orchestra, addirittura cantando (nell’opera “La figlia del reggimento” lo scorso maggio, ndr). E non importa se il brano era “Ciribiribin che bel nasin”...

All'Alfieri andavo quando avevo 16 anni a fare la claque per vedere le commedie musicali, Garinei e Giovannini. Adesso ci torno e trovo un teatro profondamente rinnovato: questo mi crea ansia da prestazione.

All'Alfieri, appunto, riporterà il prossimo maggio il suo spettacolo 'Solo', un one man show con il meglio del quick-change. Ma l'esordio sarà tra pochi giorni, il 10 ottobre, in “Cabaret”, il noto musical...

Sì, ed è giusto specificarlo: non fatevi ingannare dal titolo, non è Brachetti che fa o presenta un cabaret, è proprio il musical che tutti abbiamo visto nel film di Bob Fosse con Liza Minnelli protagonista. Quello con canzoni conosciutissime come “Wilkommen”, “Money” e “Cabaret”. Accanto a me ci sarà Diana Del Bufalo, perfetta nel ruolo di Sally Bowles: bella e svampita, ironica, sembra la sua reincarnazione. La regia invece la curo insieme a Luciano Cannito, con cui c'è una grande intesa.

Cosa dobbiamo aspettarci?

È una storia ambientata a Berlino dal 1929 al 1933, anno in cui tutto cambiò per l'arrivo dei nazisti, che consideravano la città una sorta di Sodoma e Gomorra. Berlino era infatti una città di eccessi, di gay, prostituzione, libertà. Negli Anni Venti a Berlino c'erano 126 club lesbo-gay, c'erano locali notturni dove potevi essere qualsiasi cosa tu volessi: il fermento artistico di Parigi in quegli anni non si è mai spinto a quei livelli, in un certo senso Berlino era il figlio scatenato dalla Parigi della Bella Epoque. Possiamo dire che, mentre a Vienna Freud teorizzava la sessualità, a Berlino la mettevano in pratica. Era una città molto viva, molto avanti, un'isola felice all'avanguardia su tutto, poi è arrivato Hitler a moralizzare e a imporre una chiusura mentale che poi durerà fino al 1965. Noi la renderemo molto vera: le scenografie non saranno solo evocate ma saranno reali e mostreranno una Berlino tangibile, credibile, onnipresente e ben dipinta dallo scenografo Rinaldo Rinaldi. Anche se a dire il vero abbiamo reso il tutto un po' 2023, con un montaggio di tipo cinematografico.

In cosa Cabaret è ancora attuale?

Quello che viene raccontato nel musical è il microcosmo del Kit-Kat, un cabaret frequentato da omosessuali, intellettuali, artisti e da borghesi alla ricerca della trasgressione. Ed è una storia vera al 90%: si basa infatti su un romanzo autobiografico scritto da Christopher Isherwood, in cui racconta la sua personale esperienza. È uno spettacolo lussuoso, lussureggiante, con quello spirito goliardico che io conosco bene perché ho davvero fatto e presentato il cabaret: dissacrante. Non manca però un finale amaro, perché si intuisce che dopo quasi 2 ore di sfrenata gioia tutto finirà, con l'arrivo del nazismo. Ed è tutto molto attuale: il messaggio è che il nazionalismo è sempre dietro l'angolo. Il mio personaggio, quello del maestro delle cerimonie, non è positivo, non è il Peter Pan che io faccio di solito nei miei show: è qualunquista terrificante, dice ciò che vuole, è sfrenato, gli importa solo il divertimento. E forse proprio per questo sarà il primo che finirà deportato nei campi. Mi fa pensare al qualunquista di oggi che dice 'Ma no, queste cose sono lontane, sono in Russia, in Cina, in Corea' e poi se le ritrova nel proprio quotidiano.

Appuntamento dunque all'Alfieri?

Sì, da martedì 10 a domenica 15 ottobre al Teatro Alfieri di Torino, in piazza Solferino 4. Poi partirà una tournée di oltre cento date che toccherà i teatri delle principali città italiane. 

Daniele Angi

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