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Attualità | 26 maggio 2018, 16:54

L'arte come terapia e raccolta fondi per il San Giovanni Bosco e il Maria Vittoria

Un torinese, dopo un grave incidente, si aggrappa alla musica per ripartire. Da un cd la possibilità di aiutare gli ospedali dove è stato assistito

L'arte come terapia e raccolta fondi per il San Giovanni Bosco e il Maria Vittoria

Federico Bessone, da Torino, dopo un grave incidente e un periodo di coma, si aggrappa alla musica. Scrive 20 pezzi durante la riabilitazione che diventano un modo per affrontare il trauma e le emozioni derivanti, per arrivare ad accettarne le casualità e conseguenze.

Di questi 20, 7 finiscono nell'EP "Scenes from afar". Dal primo brano, che dà il nome al CD, che raccoglie e mette in musica alcune delle prime immagini viste nella fase di risveglio dal coma, l'esperienza si evolve fino ad arrivare ai momenti in cui si rendo conto che sta davvero tornando ad una vita normale.

Tutto nasce quando inizio a strimpellare la chitarra per aiutare la riabilitazione della mano destra, atrofizzata, e del braccio destro, per migliorarne la mobilità. I suoni fanno tornare alla mente le immagini viste nei giorni passati nel reparto rianimazione, quando la coscienza andava e veniva ad intermittenza, in fase di uscita dal coma farmacologico. Mi convinco che scrivere quei frammenti di scene, rimosse per mesi, sarà utile per assimilare le casualità dell’incidente e ad accettarne le conseguenze. Così inizio a scrivere, in inglese ed in forma di canzone, ciò che razionalmente non riesco ad esprimere in un discorso in italiano: scelgo le prime parole che mi vengono in mente in assonanza con la musica, per poi ripercorrerle in italiano cercando di darci un’interpretazione più reale.

Mi rendo conto che la reazione, soprattutto durante il ricovero, è stata di fatale accettazione degli eventi. Mi sono inconsciamente reso conto, al momento, di non aver nessuna voce in capitolo: che l’unica cosa che potessi realmente fare fosse quella di abbandonarmi agli eventi e lasciare che i medici ed infermieri facessero il loro lavoro. Ero fisicamente rotto, senza poter parlare e potendo muovere soltanto un po' la testa e il braccio sinistro: comunicare con gli altri era così faticoso. Così ho lasciato da parte la mia parte fisica e mi sono concentrato sull’unica cosa dove avrei fatto davvero la differenza: far comunicare bene la mia mente con la mia parte spirituale, come se fossero due persone ad abitarmi. La mente raccontava allo spirito le sue paure e cercava di interpretarne i segnali, rafforzandosi reciprocamente. Pianificando le energie che sarebbero state necessarie per quando anche il corpo, aggiustato, si sarebbe riunito a loro e avrebbero dovuto lavorare nuovamente insieme.

Alla fine, è stato un periodo di gestione dell’attesa: guardavo fuori dalla finestra e vedevo nevicare, e mi raccontavo di quando sarei nuovamente riuscito a camminare su un pendio d’inverno.

c.s.

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