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Eventi | 30 novembre 2019, 09:39

Ultimo giorno di Torino Film Festival: tutte le recensioni delle pellicole in concorso [FOTO]

La premiazione alle 20 al Cinema Reposi. Domani, al Classico, in programma le repliche dei film

Ultimo giorno di Torino Film Festival: tutte le recensioni delle pellicole in concorso [FOTO]

Quindici i film in gara al 37° Torino Film Festival. Mentre nelle sale si alternano le ultime proiezioni prima della serata conclusiva al Cinema Reposi, vi proponiamo le nostre impressioni sulle opere che si contendono i premi della kermesse, e che il pubblico potrà rivedere domani in replica al Classico.

Una prigionia forzata, un isolamento irreversibile e l’incrinatura sempre più marcata dei rapporti familiari fanno di “Augunas bestias” un dramma torbido e spietato, scioccante e doloroso. Il cileno Jorge Riquelme Serrano domina come un demiurgo i suoi attori-figurini, bloccati su un’isoletta remota che da paradiso si tramuta in inferno, vivisezionandone disperazione e pulsioni – anche le più malate e inaccettabili. La tensione è costante dall’inizio alla fine, come se al centro della scena vi fosse una bomba pronta a esplodere. Ma poi l’orrore confluisce nella perversione del capofamiglia, Alfredo Castro, e non resta che subirne silenziosamente la violenza.

Aria fresca di nouvelle vague fin dalla prima inquadratura. Una ragazza mora, addormentata sul divano, accanto a un poster di Jean-Luc Godard, si accende una sigaretta e inizia a ballare una musica che da lì a pochi anni sarà rivoluzione. In “Choc du future”, del francese Marc Collin, Eva Jodorowsky – nipote di Alejandro – incarna il fascino del vintage in una Parigi vissuta tra le quattro mura di un appartamento, trasudando femminilità e giovinezza, tra sintetizzatori e macchine avveniristiche come la drum machine. E lo spettatore insegue il suo sogno, battendo il tempo con il piede.

“A livello superficiale, dylda è una parola che descrive fisicamente la protagonista, Iya, in quanto è una donna molto alta. Ma per me dylda indica la goffaggine ed è così che i miei personaggi  provano ed esprimono i loro sentimenti nel film: sono goffi, stanno imparando a vivere di nuovo dopo la guerra ed è molto difficile per loro”. Così il giovanissimo regista Kantemir Balagov sul nuovo film portato al Tff, “Dylda/Beanpole”, dopo il successo di “Tesnota” lo scorso anno. Un affresco della Leningrado del 1945, appena conclusa la guerra, attraverso l’intreccio relazionale tra due infermiere: l’infermiera Iya, timida e vittima di traumi da stress, e Masha, reduce dal fronte e spregiudicata.

Un argentino di New York e uno spagnolo di Berlino si incontrano per caso a Barcellona. Quel che sembra l’incontro di una notte tra due stranieri si trasforma in una relazione epica che attraversa i decenni, nella quale tempo e spazio si rifiutano di rispettare le regole. È la favola vera e malinconica di “Fin de siglo”, diretta dall’argentino Lucio Castro, che vede i due interpreti, Juan Barberini e Ramon Pujol, mettersi in gioco con grande sensibilità, confrontandosi pudicamente con il passato di vent’anni prima.

Un’accoglienza piena d’affetto e di calore, quella che ha abbracciato il nuovo film di Antonio Padovan, “Il grande passo”, omaggio tutto italiano, semplice e genuino, all’allunaggio che cinquant’anni fa ha cambiato per sempre le sorti dell’umanità. Eccezionali Giuseppe Battiston e Stefano Fresi, due fratelli nati da madri diverse, uno in un paesino veneto, l’altro a Roma, che si ritrovano complici nel compiere un’impresa apparentemente impossibile. In quel fienile dove Mario da tutta una vita lavora senza sosta per costruire un razzo, risiedono i sogni che ciascuno di noi ha coltivato fin da bambino, spinti da un immaginario più forte di qualsiasi pregiudizio e ostacolo. Ed ecco che una lacrima di felice commozione ci fa brillare gli occhi, guardando il cielo l’amica luna.

Una “discesa agli inferi” ripresa con camera a mano. Così lo spagnolo Galder Gaztelu-Urrutia sintetizza la regia magistrale di “El hojo”, la fossa, un serrato b-movie dove distopia e denuncia sociale si fondono in un’atmosfera claustrofobica perfetta. Nella lotta per la sopravvivenza del protagonista, Goreng, rinchiuso in un’oscura prigione verticale con centinaia di livelli, si condensa la critica verso quel consumismo scellerato che priva i più deboli di risorse a causa dello sperpero ai “piani alti”. Un ritmo in crescendo e una scrittura da manuale sorretti da una fede laica nella solidarietà umana, non intaccata dalla feroce lotta per la sopravvivenza che si consuma nel carcere.

“Sono attratto da ciò che è misterioso e oscuro. L’invisibile è colmo di possibilità e stimola l’immaginazione. Penso che la passione e il desiderio di esplorazione dell’ignoto costituiscano la spinta principale nel mio lavoro”. Hlynur Pálmason ha portato al Tff una storia di dolore, vendetta e amore incondizionato, raccontando di un uomo, capo della polizia in congedo, dilaniato dal sospetto per la moglie, morta in un tragico incidente due anni prima. Investigazione privata e crisi esistenziale sono gli ingredienti di un dramma intimo che si snoda con lentezza, nel clima freddo e umido di una piccola cittadina islandese. Gradualmente la ricerca della verità diventa un’ossessione, che lo porta a mettere in pericolo se stesso e i suoi cari.

Impossibile non affezionasi a Lex Cordova, la protagonista di “Ms. White light”, bizzarro indie dell’americano Paul Sholberg, dove dolore e tenerezza si prendono per mano seguendo il sottile filo dell’empatia umana. Se da una parte Lex mostra di essere molto brava con i morenti, dall’altra è disastrosa con tutti gli altri. Col solo aiuto della fuorviante guida del padre Gary, che lavora con lei , della non richiesta presenza di Nora, un’ex cliente ossessionata dalla cultura dei samurai, e di una complicata storia d’amore con Spencer, un seducente psicopatico di dubbia moralità, farà del suo meglio per aiutare Valerie, la paziente più difficile che abbia mai avuto.

Sperimentale, straniante, ma troppo fumoso e sfaldato, l’esordio di Valentina De Amicis e Riccardo Federico Spinotti guarda allo stile di Terrence Malick ma sgretola il contenuto in favore della forma, rendendo “Now is everything” un esercizio di stile troppo fine a se stesso. Il mondo della moda – con la splendida top model francese Camille Rowe a dominare lo scenario onirico – emerge nella sua estetica artificiosa e ingombrante, appiattendo il tentativo di scandagliare la psiche del protagonista, un giovane e tormentato fotografo alla ricerca della fidanzata scomparsa. Unico picco, il cammeo di Antony Hopkins.

“Riesco a scorgere i cambiamenti di questa nuova generazione di Taiwan e anche la spaccatura rispetto alla tradizionale e testarda leadership. Dalla prospettiva da cui lo guardo, questo è un segnale di speranza. Forse non possiamo interrompere il ciclo della vita, ma possiamo prolungare la strada e proseguire oltre”. È Lungyin Lim a portare al festival il contrasto fra vecchie e nuove generazioni in “Onhong Village”, decadente villaggio di pescatori alle prese con i preparativi del carnevale. Sheng si ritrova a confrontarsi con il padre Ming, uomo ostinato che ha dedicato la sua intera esistenza ad allevare ostriche, e con Kun, l’amico d’infanzia che da sempre invidia il suo fragile successo. Un debutto in 16mm, che ragiona sapientemente sull’avidità e le false aspettative, l’orgoglio del lavoro e l’instabilità economica.

Iperrealismo delle relazioni di coppia dopo i trent’anni. Vita reale sbattuta sul grande schermo, ma senza alcuna urgenza comunicativa. “Pink wall” di Tom Cullen suddivide per frammenti la storia fallimentare di Jenna e Leon, durata sei anni e ora avvelenata dalle abitudini, dalla mancanza di passione e dai nervosismi quotidiani. Un dialogo ininterrotto dove emerge senza dubbio la sensibilità dei protagonisti, ma che poco lascia dietro di sé, se non un penoso senso di frustrazione privo di sfogo.

Romantico, nell’accezione ottocentesca del termine, e melanconico, “Prélude” di Sabrina Sarabi si muove delicato sulle note di Bach e Beethoven, danzando con i giovani musicisti protagonisti una sonata dall’odore di morte. Seguendo la scia dei plot di ambientazione musicale, dove la rigidità della disciplina fa a pugni con l’emotività degli antieroi in scena, seguiamo qui il fragile equilibrio di David frantumarsi inguaribilmente. L’amore giovanile ha il sapore di condanna, il sogno di entrare alla Juillard School diventa il pretesto per autosabotarsi fino alle più tragiche conseguenze.

Grande energia e originalità innovative per “Raf”, opera prima del canadese Harry Cepka, che rielabora in modo eccentrico i canoni dell’indie weird. Raf dipinge di rosa i muri del seminterrato in cui vive, e non vede futuro davanti a sé. Quando incontra la ricca e carismatica Tal, tutto cambia. “E’ il prodotto di cinque anni di sangue, sudore e lacrime versati quando vivevo e studiavo cinema a New York. Il film è nato dalla mia amicizia di lunga data con le protagoniste Grace Glowicki e Jesse Stanley. Ho scritto la sceneggiatura specificatamente per loro; sapevo che tra le due si sarebbe creata una naturale chimica da commedia, e che i loro talenti unici ed eccentrici ci avrebbero condotti su un terreno sconosciuto ed eccitante”.

È il ritratto di una donna forte e passionale, quello che la tunisina Hinde Boujemaa dipinge in “La rêve de Noura”: un marito in carcere, tre figli e un amante che ama alla follia. Vorrebbe il divorzio, ma quando il consorte viene liberato, è costretta a riprenderlo in casa per non essere perseguita come adulta dalla durissima legge del suo Paese. Come spiega la regista, “è un film che chiede a gran voce e pretende dei valori semplici e indiscutibili: tutti gli esseri umani hanno il diritto di amare ed essere liberi”.

Poesia pura, infine, per “Wet season” di Anthony Chen. Un lessico famigliare che, con estrema delicatezza, rivela come nudità le tante e diverse solitudini dei personaggi: Ling, una giovane insegnante di cinese della Malesia, che patisce l’aria insalubre di Singapore e lotta disperatamente per avere un figlio; suo suocero, anziano silente e paralizzato, che comunica saggiamente con gli occhi un bisogno d’amore non colmato; e uno studente speciale, l’unico interessato alla sua materia, che le farà riscoprire con l’irruenza adolescenziale il calore della tenerezza. Su tutto ciò, scende implacabile – e purificatrice – la pioggia della stagione monsonica. Sublime. 

Manuela Marascio

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