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Eventi | 16 ottobre 2020, 09:00

Carlo Pestelli al FolkClub: "Di nuovo nel tempio della musica: canto l'ironia del precariato moderno"

Il cantautore torinese presenta questa sera il nuovo disco "Aperto per ferie" uscito a maggio. Dieci brani-bozzetto, tra cui un omaggio a Carlo Rama e al suo studio di via Napione

Carlo Pestelli al FolkClub: "Di nuovo nel tempio della musica: canto l'ironia del precariato moderno"

Approda finalmente con il suo nuovo disco al FolkClub, per un felice ritorno, Carlo Pestelli, stimatissimo cantautore e scrittore torinese, direttore artistico della rassegna “MusiCogne - Musiche di legno”, precursore e apripista dell’ondata di giovani artisti emersi in città negli ultimi 15 anni. Cresciuto a Cantacronache, Gaber e Springsteen, amico e sodale di Fausto Amodei, Alberto Cesa, Gianni Coscia, Gianmaria Testa e Claudio Lolli, Pestelli presenta questa sera, alle ore 21.30 (dal vivo e in streaming) Aperto per ferie, l’ultimo album uscito a maggio per Nota Editore e prodotto con l’amico Paolo Rigotto. 

Un evento che recupera la data originariamente in programma mesi fa, offrendo al pubblico una carrellata di bozzetti iconici a cavallo tra passato e presente, dipinti in dieci brani grazie al contributo di diversi e raffinati ospiti, tra cui Enzo Maolucci, Giua, Valeria Tron, Alex Gariazzo, Federico Marchesano e Paolo Bonfanti. 

Carlo Pestelli, frequenti il FolkClub sin da giovanissimo e proprio lì, nel 2009, hai presentato in anteprima il disco “Un’ora d’aria”, con grande successo di pubblico e critica. Ora l’hai nuovamente scelto per il lancio nazionale dell’ultimo album. Che valore continua a rivestire per te questo luogo e, in generale, come giudichi il ruolo dei club in una fase così delicata per gli eventi live?

Sinceramente, non ho nessun dubbio sul fatto che il FolkClub sia il vero tempio della musica dal vivo, a Torino, specie per chi interpreta la musica in modo artigianale. Lì dentro si respira la sensazione di comunicare nel modo più immediato e sincero col pubblico. Che sia per Odetta o Teresa De Sio, Edoardo Bennato o Gianmaria Testa, o gli Avion Travel un anno dopo aver vinto Sanremo, la sostanza non cambia. Sono tutti passati di lì. La prossimità tra gli artisti e gli spettatori è tale che, pur stando sul palco, non ti ci senti realmente “sopra”. È una pedana estratta dal muro, se uno, in prima fila, è sufficientemente alto, è capace che, muovendosi ti schiacci il pedale e ti disattivi il suono della chitarra! 

Un’atmosfera familiare cui è difficile rinunciare, insomma.

Sì, una grande scommessa vinta a suo tempo, nel 1988, da Franco Lucà, e per di più in una città come Torino, con prerogative spazio-temporali non favorevoli. A Roma un folk club era nato già negli anni ’70, mentre nel decennio seguente si pensava che la ribalta fossero i centri sociali, dove suonavano davanti a poche centinaia di persone gli Africa Unite, i Mao Mao. Ecco perché non mi sono posto il problema della scelta, per presentare “Aperto per ferie”. Manco in via Perrone da cinque anni e sono ben contento di tornarci. Poi, mi piace perché è un locale molto ambito, c’è un ascolto attento da parte di chi lo frequenta. 

Hai qualche aneddoto particolare?

La prima volta che ci ho messo piede fu per un concerto di Paolo Pietrangeli, facevo ancora il liceo, era l’89 circa. Un periodo in cui ero infognatissimo di canto popolare in generale e di canto politico in particolare. Eravamo quattro amici a zonzo, l’ingresso costava 15 mila lire. Gli altri tre se ne andarono via a gambe levate, era troppo caro, così rimasi da solo. Tre giorni dopo andai a sentire Andy J. Forest. Non dimenticherò mai quell’accoppiata pazzesca di artisti nell’arco di pochissimi giorni. È stato in quel momento che ho capito che la musica che volevo davvero ascoltare era tutta lì. Per questo sostengo la scelta coraggiosissima fatta da Paolo Lucà per la stagione 2020/21 e l’investimento sulla diretta streaming, con una strumentazione e degli impianti di altissimo livello.

Veniamo ora al tuo disco. Come nasce il titolo “Aperto per ferie”?

La storiella è curiosa. Mi trovavo nella Sardegna del sud, a Gonnesa, vicino a Iglesias. Un paesino dell’entroterra, distante dal mare. Ero lì per un corso di canto popolare con Elena Ledda. Era fine giugno e c’erano soltanto due negozi operativi: una panetteria che aveva affisso il cartello “Cercasi clienti disperatamente” e una cartoleria con scritto, appunto, “Aperto per ferie". Ecco, quel messaggio rendeva bene l’idea dell’umorismo, a volte un po’ di nascosto, tipico dei sardi, un sano sarcasmo. Così ho pensato: se mai dovessi fare un disco sul precariato della vita, userò questo titolo. Sai, no, come la canzone di Guccini, Eskimo: “forse ci consolava far l’amore, ma precari in quel senso si era già”. Poco prima di iniziare questa nostra chiacchierata, ho legato la bici al palo e c’era un volantino, “Uomo in affitto”, che si offriva di svuotare cantine, ritinteggiare casa e altri lavoretti. Oppure pensiamo a chi ha doppia laurea e dottorato, e si ritrova a insegnare per 1200 al mese. Insomma, mi sembra che, rispetto ad altre epoche, in cui il lavoro era garantito, ora si sia costantemente aperti per ferie. Io al mattino insegno, ma non vedo più i miei colleghi scendere in piazza e partecipare agli scioperi. Anziché vedere detratti dei soldi dalla busta paga, si preferisce rimanere immersi nella quiescenza. 

Hai parlato di ironia, sarcasmo, ma nelle tue canzoni c’è anche amarezza, nostalgia. Alle frecciate graffianti si mescolano ballate melanconiche. Penso soprattutto al bellissimo ritratto dell’artista Carol Rama in “Sotto il cielo di Olga”. Quali e quante suggestioni ti hanno ispirato, quindi?

È una domanda insidiosa. Sono dieci canzoni frutto di alcuni anni di lavoro, pertanto i motivi ispiratori sono diversi. Carol Rama è un’icona: morta quasi centenaria, malgrado la fama mondiale, non ha mai fatto una vita comoda. Anzi, definirei il suo stile di vita quasi monacale, lì, chiusa nel suo studio di via Napione. Ma è diventata un mito, perché era una donna, sola, non aveva una cordata cui rimanere agganciata, era una provocatrice. Ho saputo di suoi quadri venduti a Londra a 700 mila sterline: non è possibile che la vita sia sempre così ingiusta! Un’altra figura femminile protagonista del disco è Marì, professoressa precaria: a un certo punto le tagliano i fondi del tempo pieno e rimane senza lavoro. E poi c’è Ivana, detta Iva. La canzone “P.IVA” è ispirata al libro di poesie “È partita Iva” dell’amico Pier Mario Giovannone. Insomma, le influenze sono molteplici, ma parto sempre dal dato della realtà. Del resto, nasco e cresco coi dischi dei Cantacronache e di Claudio Lolli. Poi in ogni brano si prova a ingentilirla, questa realtà, e si fa ad esempio finta che Ivana parta con l’amica e una valigia in mano, ma resta l’amarezza di fondo rispetto ai tempi in cui viviamo.  

E poi c’è l’anarchico di Grosseto Luciano Bianciardi, ritratto come un centromediano metodista. Parli della tragedia nelle miniere di Ribolla, dell’amico Otello Tacconi e della passione per la letteratura anglosassone, del trasferimento a Milano, “tra i pittori di Brera”. Un altro riuscitissimo omaggio. 

Quella canzone contiene molti riferimenti alla sua opera e alla sua vita, ma si capiscono solo se lo si conosce almeno un po’! Io l’ho scoperto per caso, leggendo la biografia di Pino Corrias e poi il romanzo “La vita agra”, davvero folgorante, esplosivo. Il mio è un brano ispirato al suo libello sportivo “Il fuorigioco mi sta antipatico”, da cui ho tratto anche uno spettacolo prodotto dal Teatro Stabile di Torino, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. L’ho ambientato negli anni ’70, Bianciardi era un galoppino di redazione alle dipendenze di un caposervizio molto autoritario. Poi, nei suoi scritti, si parla anche molto della musica negli anni ‘60: dice che De André era amatissimo dai giovani, ma Jannacci, che cantava al bar Jamaica di Milano, era molto più poetico, malgrado sia passato alla storia come “il chirurgo che scriveva canzoni”. 

Canzoni personificate, quindi, dalla forte componente “drammatica”, come fossero ognuna una pièce a sé stante. Anche in questo disco c’è tanto del teatro canzone, si respira aria di recital. Ci dobbiamo quindi aspettare una messa in scena, più che un canonico concerto, al FolkClub?

Ti ringrazio per questa domanda, perché mi hai dato uno spunto interessante. Devo ultimare la scaletta e potrei darle un tocco diverso. Lì, in quella sala, l’attenzione del pubblico è tale che spesso la sospensione, il silenzio, l’attesa tipica delle platee teatrali si crea da sé. Di certo l’influenza del teatro canzone di Giorgio Gaber è da sempre molto forte in me. Volentieri cercherà di dare una veste più “drammaturgica” e scenografica ad alcuni pezzi, mentre un mio gradito ospite della serata, il polistrumentista valdostano Vincent Boniface, curerà l’aspetto più folk del disco. Cercherò comunque di restituire, ove possibile, questa idea di teatralità. 

Mantenendo tutto l’estro verbale e la bellezza delle combinazioni testuali… 

Un mio amico in proposito mi ha detto che questo album chiede molto all’ascoltatore, ogni testo va seguito con attenzione, per tutti i giochi di parole che contiene. Certo, scrivere canzoni è sempre più difficile, con tutta la tradizione che abbiamo alle spalle. Io nel 2003, a 30 anni, dovevo già fare i conti con De Gregori, Guccini, Conte, De André. La cosa un po’ mortificante è essere costantemente affiancato a qualcuno cui somigli o gli altri credono che assomigli. Ora abbiamo quattro generazioni di cantautori con cui confrontarci, da Modugno a Buscaglione a Carosone, per forza di cose siamo accomunabili. Ma per me quel che conta è non annoiare chi mi ascolta. 

Manuela Marascio

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