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Copertina | 01 dicembre 2023, 00:00

Giulia Lamarca, sui social per raccontare la disabilità: “Torino deve mettersi in gioco"

La content creator sulla sua vita quotidiana tra sensibilizzazione, viaggi e genitorialità

Giulia Lamarca, sui social per raccontare la disabilità: “Torino deve mettersi in gioco"

Giulia Lamarca è una content creator torinese che su Instagram conta ormai oltre 400 mila follower. Dopo che un incidente in scooter l’ha costretta sulla sedia a rotelle, si è laureata in psicologia e con il marito Andrea ha iniziato a viaggiare per il mondo. Tramite i social racconta la vita quotidiana: dall’organizzazione dei viaggi fino alla cura della figlia. 

La vostra storia l’avete raccontata ampiamente sui social, ma oggi come vi definireste? Creatori digitali di viaggi? 

“Direi che siamo creatori digitali che parlano di viaggi, ma non solo. Parliamo della nostra vita di genitorialità, disabilità, e molto altro”.

Qualche mese fa avevate denunciato il comportamento di una compagnia aerea che pur di non prendersi la responsabilità di far scendere Giulia dall’aereo aveva lasciato il compito ad Andrea. Vi è più ricapitato? 

“Episodi come quello capitano raramente per fortuna. Su 150 voli che avremo preso da quando abbiamo cominciato c’è capitato due volte. Da una parte bene, dall’altra male, perché non è che eravamo in un piccolo paese dell’india, eravamo in Corea del Sud, ci sono tutte le carte per far bene. Non ci è più capitato, ma vivo con l’ansia. Parlando anche con addetti ai lavori, sanno che è un problema, ma non si riesce a risolvere. Nel mondo dei viaggi, hai tre soggetti che sono l'aeroporto, la compagnia e la nazione, far parlare la stessa lingua è difficile, perché ognuno ha le sue regole. I video come quello - aggiunge - servono perché si presti più attenzione. Ormai diverse hostess mi conoscono e si organizzano di conseguenza, ma non perché sia io, ma perché queste situazioni sono state raccontate e c’è una sensibilità maggiore ai temi della disabilità, questo è certo”. 

Oltre a questo vi è capitato di riscontrare ancora delle difficoltà quando viaggiate? 

“Non ho mai fatto viaggi accessibili e non li voglio fare. Oggi è comunque impensabile organizzarlo. Personalmente, guardo che il bagno dell’hotel sia abbastanza grande o che ci sia una sedia in plastica per potermi spostare. È anche una questione di soldi, perché per me sarebbe impensabile spendere tanti soldi per avere sempre camere super accessibili. Quello che fa la differenza, secondo me, è la disponibilità delle persone che gestiscono le strutture. Se non hai una camera accessibile, ma ti metti a disposizione per rendere confortevole il soggiorno alla persona disabile, alla fine il viaggio sarà più bello e più utile. Anche perché non si può avere tutto accessibile, per ora non esiste”. 

Parliamo di Torino, è una città accessibile? Nel caso cosa manca? 

“Diciamo che non siamo il peggio, ma neanche il meglio. Faccio un banale esempio, quando parto dalla stazione di Torino Porta Susa per spostarmi per lavoro, di media tre volte su cinque gli ascensori sono rotti. La stazione sarebbe di fatto accessibile, ma in pratica se gli ascensori non funzionano non lo è. Per non parlare delle griglie rotte in zone del centro come via Po o via Roma. Basterebbe sostituire quelle che hanno dei buchi pericolosi in cui una carrozzina può bloccarsi. Sono aspetti impattanti, soprattutto per una città che ospita le Atp. Qualcosa sta cambiando certo - aggiunge Giulia - ma da qui a dire che siamo avanti sul fronte dell’inclusione direi di no. C’è ancora tanto lavoro da fare. Penso anche solo a livello sanitario: Torino ha sempre problemi di fondi e di budget e nel torinese le Asl non prescrivono più ausili. Il mercato ortopedico è morto. È un aspetto abbastanza grave, se per caso la mia carrozzina si rompe non posso chiederne una nuova, non posso chiederne una sportiva. Oltre a bloccare una crescita delle persone si blocca anche un mercato. Il Piemonte e Torino hanno le carte in regola per essere un’eccellenza, ma devono avere voglia di mettersi in gioco".

Da poco si sono conclusi i grandi eventi come la settimana dell’arte, il TFF, ma ovviamente anche le Nitto Atp Finals. Dal tuo punto di vista l’accessibilità e l’inclusività sono state curate? 

“Credo che in generale le Atp abbiano curato molto l’immagine e la promozione a 360 gradi. Si può fare di più, ma credo sia proprio ancora un problema di questa nostra “sabaudità”.

In che senso? 

"I servizi ci sono, ma non li comunichiamo. Torino spesso passa per una città fredda, ma solo perché credo che i torinesi abbiano paura di sbagliare, è un nostro tratto caratteriale. Faccio un esempio, se io ho problemi con la carrozzina, difficilmente qui a Torino mi aiutano, ma non perché non vogliano farlo, ma perché hanno paura di essere inopportuni o indelicati. Ed è un peccato perché in realtà i torinesi sono molto disponibili”. 

Parlando di altri servizi come i musei e lo sport, la nostra città è migliorata? 

“I musei so che sono molto avanti, sono davvero inclusivi, hanno fatto un miglioramento importante. Sul fronte dello sport, torna il solito discorso. Cosa manca? Aggregare e coinvolgere le persone e soprattutto informarle. Spesso non si sa neanche che esistono certi servizi. Il padel accessibile, ad esempio, non è ancora nato perché la gente non sa che si può fare, ma che si può fare non solo tra disabili, ma con tutti”.

Il 3 dicembre è la Giornata della Disabilità. Per te cosa rappresenta e qual è il suo valore oggi? 

“Io ho una disabilità, ma ovviamente me la ricordo ogni giorno. A livello di aziende e di istituzioni però è un momento per bloccare tutto e poterne parlare. Nelle aziende lo vedo già, c’è una cultura che sta cambiando, il mio augurio è che la stessa cosa possa accadere anche nelle politiche e nelle istituzioni”.

Chiara Gallo

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