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Attualità | 07 marzo 2020, 11:00

La Cina del Coronavirus vista con gli occhi di una ragazza cuneese che lavorava a Torino prima di essere trasferita a Shanghai

Nel Paese del Dragone dallo scorso luglio, la piemontese Lucrezia racconta com'è cambiata la sua vita a Shanghai in seguito alla diffusione del virus: "Qui hanno bloccato tutto"

Shanghai deserta per il coronavirus

Shanghai deserta per il coronavirus

Mi svegliavo ogni giorno leggendo articoli sulla diffusione del virus. Ero molto preoccupata. Poi ho letto un articolo che mi ha aiutato”. Sono le parole di Lucrezia S., nome di fantasia per tutela della privacy, ragazza del Cuneese, trasferita da Torino a Shanghai a luglio dello scorso anno per motivi di lavoro.

Racconta come la sua vita sia cambiata dal momento in cui è stato lanciato l’allarme della diffusione del Coronavirus e di come questo si stia mediatizzando in maniera eccessiva, scatenando preoccupazioni di portata globale e atteggiamenti di psicosi come quelli che si sono verificate in Italia nelle ultime settimane.

C’è un allarmismo esagerato, soprattutto nei media stranieri. Qui in Cina la situazione è più positiva. Sono molto fiduciosa perché il governo sta prendendo le giuste misure – spiega – “L’assurdo è che, quando ancora in Italia non si erano verificati casi di contagio, ho chiesto a mia madre se potesse inviarmi delle mascherine dall’Italia. Erano sold out”. L’allarme del Coronavirus è stato lanciato nel periodo del Capodanno Cinese, un momento tanto atteso dalla comunità, come potrebbero essere le vacanze natalizie per l’Italia. Erano in molti ad aver prenotato una meritata pausa all’estero, ma quest’anno si aggiungeva la speranza di poter fuggire, in qualche modo, dal rischio del contagio. Alcuni lavoratori stranieri, per timore, hanno preferito licenziarsi e non fare più ritorno.

Le città erano deserte, a prescindere dal virus. Lucrezia è rimasta a Shanghai, isolata in casa in compagnia di un gatto: “Potrei suddividere la mia esperienza a Shanghai dopo il Coronavirus in due momenti: un primo, quello iniziale che è durato per tutto il periodo delle vacanze, e un secondo, che ha inizio il 10 di febbraio”.

Durante le festività, ci racconta Lucrezia, la paura era il sentimento predominante. Usciva di casa solo per comprare l’acqua e da mangiare. I supermercati vuoti, l’acqua stava per terminare e molte attività chiuse: “Qui in Cina si paga tramite App. Io che pagavo con soldi contanti percepivo gli sguardi stizziti dei cassieri”. Il governo inviava quotidianamente messaggi sulle misure precauzionali da prendere e per tranquillizzare i propri cittadini.

Il ritorno alla routine quotidiana era previsto per il 3 di febbraio, data rinviata al 10. Tutti avrebbero fatto rientro dalle vacanze in quel periodo e, di conseguenza, si sarebbe verificato un aumento di contagi e un peggioramento della situazione. Aumentano i controlli negli aeroporti, alcuni quartieri sono stati messi in quarantena e in ogni palazzo, alla portineria, è stato istituito un controllo dell’identità e dello stato di salute. Una misura utile per sapere se si è stati in viaggio con persone infette. Ognuno deve registrare le uscite e le entrate dal proprio appartamento, così vale anche per gli uffici pubblici in cui, prima di entrare, è necessario misurare la febbre. È stata creata un’applicazione in cui è possibile vedere se ci sono persone malate vicino a te.

Al 10 di febbraio Lucrezia esce di casa per andare a lavorare. Nel primo pomeriggio, le guardie dello Stato hanno mandato a casa tutti quanti. Il ritorno alla vita normale è stato rimandato di nuovo. Quel momento era molto delicato e non si poteva rischiare che il numero delle persone contagiate potesse aumentare. Per precauzione, vista la previsione del picco di infettati in ritorno dalle vacanze, è stato costruito un ospedale a Shanghai.

Gestita la paura iniziale, Lucrezia e alcuni dei suoi amici hanno iniziato a uscire di più da casa. “Il senso comunitario della popolazione cinese è notevole. Si percepisce un grande rispetto per il governo e, soprattutto, una fiducia nella riuscita delle buone pratiche adottate”. Lucrezia ammette che, spesso, la voglia di uscire e di andare in un bar con gli amici a lavorare per non stare in casa ha prevalso. Un giorno, “io e alcuni dei miei amici, immigrati anche loro in Cina per lavoro, abbiamo deciso di andare in un locale, l’unico aperto, a lavorare. È stato un bel momento poter stare insieme in un periodo difficile per tutti”. Il problema è che quel locale doveva chiudere e sono stati mandati via. Non si può andare a mangiare fuori, né ordinare cibo d’asporto. Nei palazzi in quarantena c’è una sola persona che è incaricata di uscire e di comprare da mangiare per tutti. Inoltre, chi ha bisogno di comprare mascherine o di andare in farmacia deve prendere appuntamento tramite la portineria.

L’organizzazione è stupefacente, per questo motivo Lucrezia non si dice troppo preoccupata dal virus, ma dalla situazione in sé. Quello che manca e ciò che desidera è il ritorno a una vita normale.

Giulia Amodeo

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