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Cronaca | 28 ottobre 2020, 12:00

Spaccio, rapine, violenza e sfruttamento della prostituzione: maxi operazione con una settantina di arresti contro la mafia nigeriana

Stamattina all'alba il blitz della polizia in tutta Italia su ordinanza dei tribunali di Torino e Bologna. Sgominato il sodalizio criminale "Viking"

Spaccio, rapine, violenza e sfruttamento della prostituzione: maxi operazione con una settantina di arresti contro la mafia nigeriana

I componenti di un vasto gruppo di cittadini nigeriani appartenenti al sodalizio criminale di stampo mafioso denominato “Viking” sono stati arrestati questa mattina all'alba durante un blitz della Polizia di Stato su ordinanza del Tribunale di Torino e del Tribunale di Bologna, su richiesta delle D.D.A. delle rispettive Procure della Repubblica, con il supporto di Eurojust.

I provvedimenti restrittivi sono stati disposti in seguito a lunghe e complesse indagini svolte, in perfetto coordinamento, dalle Squadre Mobili di Torino e di Ferrara, ed hanno riguardato complessivamente 69 persone (43 provvedimenti della D.D.A. di Torino e 31 della D.D.A. di Bologna, con 5 persone colpite da entrambi i provvedimenti cautelari) delle quali 52 sono state rintracciate sul territorio nazionale.

L’operazione ha permesso di sgominare l’intera consorteria criminale dei “Viking”, anche denominata “Norsemen Kclub International”, colpendo i personaggi al vertice del livello nazionale dell’organigramma, direttamente responsabili delle nuove affiliazioni, della gestione dello spaccio di sostanze stupefacenti nelle piazze cittadine e dell’attività di sfruttamento della prostituzione.

I reati contestati sono associazione per delinquere di stampo mafioso, tentato omicidio e associazione finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti, sfruttamento della prostituzione, rapina, estorsione e lesioni gravissime.

L’organizzazione presentava tutti i caratteri di un’associazione di tipo mafioso, poiché connotata, anzitutto, da una precisa struttura gerarchica con ruoli e cariche ufficiali, a cui corrispondevano compiti ben precisi.Ogni realtà locale (che a Torino prende il nome di “Valhalla Marine”) presentava al vertice un capo operativo (“Executional”), che comandava il territorio di competenza coadiuvato da un organo collegiale (“Exco”) costituito da consiglieri. La struttura prevedeva anche una serie di cariche cui erano assegnati specifici incarichi organizzativi (“Escape”, il responsabile del rispetto delle regole interne; “Dockman”, il tesoriere; “Pilot”, l’organizzatore delle riunioni) o operativi (“Arkman”, il vice capo operativo; “Strike chief”, il responsabile delle attività di spaccio). I capi operativi scaduti dal loro mandato costituivano una sorta di membri onorari e si ponevano in una posizione di primissimo piano nell’articolazione delle scelte criminali della consorteria.

Sulla piazza torinese, il cult “Valhalla Marine” controllava e gestiva il commercio su strada di sostanze stupefacenti in alcune aree individuate – in particolare nella zona del Lungo Dora Savona, tra via Bologna ed il ponte Mosca – nonché, sempre nella stessa zona, lo sfruttamento della prostituzione di donne nigeriane.

Una delle peculiarità dell’articolazione torinese dell’associazione era rappresentata dal ruolo delle donne, le quali venivano affiliate mediante rapporti sessuali di gruppo e assumevano l’appellativo di “Queen” o “Belle”. Costrette a pagare somme di denaro in cambio di una inesistente protezione, le “Belle” venivano sfruttate sessualmente, trasformandosi di fatto in vittime del gruppo. Tra loro si evidenziava la figura di Aisha Osayande detta “One Queen”, unica delle donne ad assumere sostanzialmente la veste di associata (ed infatti raggiunta dall’imputazione dell’art. 416 bis c.p.), con l’incarico di controllare le sue connazionali sfruttate. A riprova della grave condizione cui erano sottoposte, la totalità di costoro si vedeva costretta a trasferirsi all’estero, per sottrarsi a tale stato.

Momento associativo fondamentale erano le riunioni periodiche che si svolgevano a cadenza settimanale all’interno di locali abitualmente frequentati dai sodali, in occasione delle quali venivano definite le linee da seguire nello svolgimento della vita associativa ed effettuati i pagamenti di quote destinate alla cassa comune o ad affrontare le spese legali degli affiliati arrestati. Secondo quanto emerso, l’ “Executional”, nella sua veste di titolare del potere punitivo nei confronti degli affiliati, deteneva una peculiare arma da taglio (una sorta di machete) denominata “Manga” o “Maga”.

"La commissione antimafia della Camera vagli il caso Torino e di altre città inquinate dalla mafia nigeriana. Gli arresti di questa mattina dimostrano la pericolosità del sodalizio, ormai presente in modo radicato nel territorio nazionale ma soprattutto nel capoluogo piemontese. Una piaga che va combattuta ed estirpata senza distogliere mai l’attenzione", ha commentato la parlamentare torinese di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli.

"Ringrazio il lavoro degli inquirenti e delle forze dell’ordine per l’operazione condotta contro la Mafia nigeriana, realtà criminale pericolosa, organizzata e purtroppo radicata sul nostro territorio - afferma l’assessore alla Sicurezza della Regione Piemontese Fabrizio Ricca -. È fondamentale che le istituzioni non abbassino mai la guardia contro la criminalità organizzata. In questo caso, poi, ci troviamo davanti a una realtà che lucra sull’immigrazione e sfrutta con la violenza anche tanti immigrati che vorrebbero integrarsi. Prima si fermano queste dinamiche, più è probabile che si riescano a sradicare definitivamente”.

redazione

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