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Cultura e spettacoli | 09 settembre 2022, 11:35

Torino apre le sue braccia: torna il Festival dell'Accoglienza. Lo Russo: "L'integrazione ha costruito questa città"

Ben 49 appuntamenti in 25 sedi diverse e 151 relatori. Monsignor Repole: "Senza migranti non andremmo avanti: come cristiani non ci si può dividere su questo tema"

Torino apre le sue braccia: torna il Festival dell'Accoglienza. Lo Russo: "L'integrazione ha costruito questa città"

"Non è il festival dell'Immigrazione, con cui comunque ci intersechiamo e dialoghiamo, ma è un'occasione per parlare di accoglienza, di territori che si aprono alle persone, di scuola e molto altro". Così Sergio Durando sintetizza la missione di "E mi avete accolto", seconda edizione del Festival dell'accoglienza che si tiene a Torino dal 9 settembre al 27 ottobre. E che ha ne "Il cammino" il filo conduttore. 

Organizzato dall'Ufficio pastorale migranti dell'Arcidiocesi (di cui Durando è direttore) in collaborazione con l'ufficio missionario, prevede in cartellone 49 appuntamenti in 25 sedi diverse, con l'intervento di 151 relatori. Tra di loro, anche l'attuale arcivescovo di Torino, Roberto Repole (che già nella scorsa edizione aveva contribuito ad alcuni appuntamenti, in altra veste). Tra le cornici, Palazzo Civico, piazza Carlo Alberto, il Duomo, piazza Castello, il Polo del 900, il Circolo dei Lettori ma anche Susa, Chieri e altre location. In programma spettacoli teatrali, rassegne cinematografiche, ma anche presentazioni di libri e iniziative dedicate ai giovani e alla fede.

Lo Russo: "Torino è cresciuta nell'accoglienza ed è stata costruita anche dai migranti"

"Non poteva essere un un'altra città, questo appuntamento, perché Torino è accoglienza - sottolinea il sindaco Stefano Lo Russo - e già duecento anni fa c'erano immigrati da Chieri, da Asti e hanno costruito parte della città. Erano ragazzi giovani, che abbandonavano la loro famiglia ed erano considerati pericolosi, quando in realtà erano solo pericolanti". Un flusso migratorio che poi è continuato dal Sud e poi dall'Est Europa o dal nord Africa, infine il sud Sahara e l'Asia. "La cifra costante è quella di una città in grado di inglobare persone che sono venute qui a cercare fortuna. Anche se queste persone trovavano ostilità, povertà, anche criminalità. Ma anche possibilità di integrarsi: anche loro hanno contribuito a costruire la città".


"Ci sono elementi critici, ma Torino sta anche invecchiando e ha necessità di accogliere nuove persone", aggiunge Lo Russo. "Senza persone straniere, Torino si bloccherebbe in poche ore. Accoglienza vuol dire parlare di futuro. Ricevo molte segnalazioni su difficoltà di integrazione, così come raccontano anche social e giornali. Integrazione è questione difficile, non basta buon cuore e disponibilità. Ma è anche sbagliato polarizzare".

"Combattere il male dell'intolleranza"

"Torino però è anche esposta a un male, quello dell'intolleranza - conclude Lo Russo -, ecco perché bisogna lavorare per dare lavoro, sostentamento, rispetto delle regole, ma anche una mentalità accogliente. E una buona idea è partire dai ragazzi: loro sono davvero bravi a creare relazioni vere, oltre ogni differenza".

Repole: "Il tema dell'accoglienza non può dividere i cristiani"

"Il tema dell'accoglienza è strettamente cristiano. Da cristiani non ci si può dividere sul tema dell'accoglienza, anche degli stranieri - commenta l'arcivescovo Repole -. Lo dice sia l'antico che il nuovo Testamento e anche Papà Francesco lo rimarca molte volte, perché la Terra è di tutti, tutti noi che siamo semplicemente uomini".

"Integrare vuol dire rispetto reciproco dell'identità"

"Su questo tema si consuma moltissima retorica - aggiunge - soprattutto se si pensa che l'accoglienza non preveda identità. Non si può pensare di fare tabula rasa di chi accoglie, né di chi viene accolto: convivere vuol dire il rispetto reciproco delle identità coinvolte. Questo Festival forse dovrebbe farci riflettere sull'esistenza, nella nostra società moderna, di un'identità. Altrimenti si scatenano paure e violenze, a causa di questa mancanza di identità".

Quaglia: "Rimettere la persona al centro"

"Iniziative così rimettono la persona al centro dell'attenzione delle istituzioni, del mondo economico e della società - commenta Giovanni Quaglia, presidente della Fondazione CRT - ed enti come il nostro devono sentirsi partecipi di questa azione di integrazione. Bisogna riconoscersi negli altri e con gli altri, costruendo alleanze e tramandando l'esempio dei Santi sociali".

"Accoglienza vuol dire accompagnare le persone nell'emergenza, ma anche nella decisione della loro traiettoria di vita", concorda Marzia Sica, della Compagnia di San Paolo.

Massimiliano Sciullo

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