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Copertina | 01 luglio 2023, 00:00

Patrizia Sandretto: un Commendatore della Repubblica tra ecologia e la rivoluzione pop nell'arte contemporanea

La prima sede a Guarene, poi le estensioni a Torino e Madrid: "Oggi il mio avamposto dei sogni è in mezzo alla laguna di Venezia"

Patrizia Sandretto: un Commendatore della Repubblica tra ecologia e la rivoluzione pop nell'arte contemporanea

Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, alla guida della Fondazione che porta il suo nome dal 1995, ha puntato tutto sull'arte contemporanea e i giovani artisti emergenti. Ha cercato di trasmetterla al suo pubblico in modo innovativo e "pop" che spopola soprattutto sui social, tra foto e video diventati virali. Un metodo che ha funzionato e che l'ha portata ad aprire nuove sedi in Italia e non solo. Nel corso degli ultimi anni ha collezionato diverse onorificenze, tra cui quella di Torinese dell'anno ricevuta nel 2021 dalla Camera di Commercio. Nel 2023 è arrivata l’ultima, quella di Commendatore della Repubblica. 

Come si sente e come percepisce questo riconoscimento?

Ho provato un’emozione molto forte, consapevole dell’alto valore simbolico di un’onorificenza “Al merito della Repubblica Italiana”. Accresce il mio senso di appartenenza e di cittadinanza, dando nuova forza al lavoro che da anni porto avanti a favore della cultura del nostro Paese. Sono stata felice di averla ricevuta a Torino, la città dove sono nata, dove ho costruito il mio percorso e dove la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo ha la sua sede principale. Credo fermamente nel ruolo dell’arte contemporanea per la cittadinanza, la comunità, il territorio. Sono convinta della sua capacità di produrre conoscenza, benessere ed economia. 

È soddisfatta del lavoro della Fondazione in questi anni?

Sono orgogliosa di tutto quello che in Fondazione abbiamo costruito e continuiamo a costruire, seguendo la nostra forte vocazione sperimentale. L’istituzione è cresciuta anno dopo anno, rendendo concrete le missioni che mi ero prefissata con lo statuto del 6 aprile 1995: il sostegno alle giovani generazioni artistiche, la produzione di opere e mostre, la creazione di un pubblico nuovo, non semplice spettatore, ma partecipe e coinvolto nell’esperienza dell’arte contemporanea. Molti degli artisti e delle artiste che hanno esposto nelle nostre sedi stanno ottenendo risultati straordinari e mi entusiasma pensare di aver contribuito fin dall’inizio alle loro carriere. Ho sempre dato molta importanza alla funzione culturale e sociale della Fondazione che, nel tempo, ha maturato una grande esperienza nel campo dell’educazione, attraverso laboratori dedicati alle scuole, agli insegnanti, alle famiglie, alle persone vulnerabili. Sono fiera quando vedo che la Fondazione è un luogo ospitale, felice quando le sue sale si riempiono di bambine e bambini, giovani, adulti, persone con disabilità, coppie e gruppi di amici. 

Dal 1995 la Fondazione sostiene artisti emergenti sia italiani che stranieri, come è cambiata?

Nei suoi 28 anni di attività, la Fondazione ha dato forma a una molteplicità di progetti, pratiche, metodologie e relazioni. È un vero e proprio laboratorio che vive e cambia continuamente intorno alle mostre, fulcro del nostro lavoro con gli artisti e spazio che ispira e orienta i nostri programmi educativi e di mediazione culturale, il metodo che ci permette di parlare delle opere insieme a visitatrici e visitatori in modo libero e informale. Penso alla Fondazione come un museo, un forum, una piazza. Qualche volta è un luogo silenzioso e riflessivo. Qualche volta è uno spazio festoso, pieno di vita, come è avvenuto durante l’anno e mezzo di Verso, il programma di mostre, laboratori, incontri che fra il 2021 e il 2022 abbiamo dedicato ai giovani tra i 15 e i 29 anni, sostenuto dalla Fondazione con l’Assessorato alle Politiche giovanili della Regione Piemonte. Insieme a mostre ed eventi, promuoviamo programmi dedicati alla formazione specialistica: lo Young Curators Residency Programme, programma di residenza per giovani curatori internazionali nato nel 2007 e Campo, il nostro corso di studi e pratiche curatoriali, attivato 11 anni fa. La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo ha guadagnato posizione e visibilità nel contesto internazionale, grazie a relazioni solide con musei come il MoMa e il New Museum di New York, il Rockbund Art Museum di Shanghai, il Philadelphia Museum, la Tate di Londra, istituzioni dei cui board faccio parte in prima persona.  

Qual è il suo rapporto con la città di Torino?

Torino è il luogo della mia vita, della mia famiglia, delle amicizie, del mio lavoro. Sono torinese per nascita e per convinzione, per un senso di appartenenza che ho scelto di esprimere e riaffermare, giorno dopo giorno, con l’impegno a favore della cultura della mia città, attraverso le attività della Fondazione. Conosco la storia della mia città e guardo alla Torino del presente, capace di rinnovarsi e di inventare il futuro. Mi sento profondamente torinese quando viaggio, quando sono in partenza e poi di ritorno, quando, facendo la spola tra paesi distanti, riesco a contribuire alla crescita della sua reputazione internazionale. 

Le sue due Fondazioni italiane a Torino e a Guarene sono molto dinamiche. Ma l’attività della Fundación Sandretto Re Rebaudengo nata a Madrid nel 2017 con quali aspettative prosegue?

A Madrid, la Fundación Sandretto Re Rebaudengo ha deciso di operare attraverso un programma espositivo “nomade”. Ogni anno individuiamo un luogo speciale in cui realizzare una mostra personale. Madrid è una grande capitale globale ed è un ponte con l’America Latina, un continente sempre più importante sulla scena artistica contemporanea.

Oggi l’arte e la comunicazione viaggia molto sul digitale, per i giovani è quindi più attraente che in passato?

Sicuramente. Per la generazione Z è molto più immediato fare scrolling nei social che sfogliare un quotidiano o una rivista. La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo ha puntato su una comunicazione social innovativa, sperimentale e fuori dalla “comfort zone”. Per la prima volta un’istituzione culturale ha adottato un linguaggio trasversale con una cifra ironica, per coinvolgere un pubblico più ampio, soprattutto giovane e non solo di addetti ai lavori. Cerchiamo di trovare connessioni anche con realtà esterne al mondo dell’arte contemporanea, creando collegamenti con ambiti come la televisione, il cinema, la pubblicità, la musica e i nuovi linguaggi social come i meme. Attraverso il “real marketing” comunichiamo le nostre attività intercettando gli argomenti di tendenza e di attualità.   

Artissima e la settimana dell’arte torinese hanno ogni anno un grande successo che coinvolge l’intera città. Lei cosa ne pensa?

Giunta all’edizione numero 30, Artissima fa parte integrante del dna culturale della nostra città. Nei giorni di apertura della Fiera, i musei, le fondazioni e le gallerie torinesi propongono mostre di grande qualità. Il pubblico internazionale apprezza la nostra capacità di fare sistema e sceglie i giorni di Artissima per venire a Torino, una città ospitale, capitale del gusto e del buon vino. A novembre, l’arte contemporanea e l’enogastronomia danno vita a una sinergia che presenta il meglio della città a chi arriva da tutto il mondo. 

Torino è una città che nonostante gli anni della Fiat, o forse anche grazie a quelli, è stata una fucina culturale. Oggi qual è la situazione nel sistema dell’arte contemporanea?

Torino ha vissuto grandi trasformazioni: è stata la prima capitale d'Italia e uno dei centri della modernizzazione nazionale. Tra gli anni ’90 e i primi 2000, ha intrapreso un percorso di ridefinizione della propria identità, attraverso un’attività di policy making governata dagli enti locali e condivisa con il territorio. L’arte contemporanea è stata investita di un ruolo nel superamento dell’immagine della città-fabbrica, un vettore di valori quali la sperimentazione, l’innovazione, il talento, la creatività. La città dell’arte contemporanea ha dato vita a un’economia di settore, con una concentrazione di spazi e professionalità e con una ricca proposta espositiva che ha avuto ricadute positive anche sull’offerta turistica. Oggi il suo primato di polo dell’arte contemporanea è messo in discussione da città molto competitive come Milano, Napoli, Roma. La cooperazione pubblico-privato si è drasticamente ridotta e l'arte contemporanea è purtroppo diventata un asset secondario nella comunicazione e nelle politiche urbane. È proprio in questi frangenti che occorre resistere e seminare idee, confidando nell’inizio di un nuovo ciclo. 

Nella sua carriera ha inanellato una serie di obiettivi, tra cui portare la Fondazione oltre i confini torinesi. Quali sono i sogni ancora nel cassetto di Patrizia Sandretto?

Oggi il mio avamposto dei sogni è in mezzo alla laguna di Venezia, nell’isola di San Giacomo, la terza sede della Fondazione insieme alla sede di Torino e a Palazzo Re Rebaudengo a Guarene. Questa piccola isola ricca di storia diventerà un luogo dove la Fondazione produrrà progetti artistici e ospiterà ricerche sull’arte, la musica, il cinema, il teatro, la cultura contemporanea. Circondata dal delicato ecosistema della laguna, sarà anche un laboratorio di riflessione ecologica, nel quale attuare i principi della sostenibilità e della transizione energetica.
Da tempo sostengo progetti capaci di portare l’arte contemporanea fuori dalle mura del museo, a contatto diretto con le persone, le comunità e i territori. Penso soprattutto al nostro Parco d’arte aperto dal 2019 sulla collina di San Licerio a Guarene, dove oggi le installazioni e le grandi sculture di 11 artisti italiani e internazionali appaiono immerse nella natura. In questi anni abbiamo messo a dimora oltre 4000 salici nani: contribuiscono al consolidamento del terreno e nei prossimi vent’anni sequestreranno oltre 200 tonnellate di CO2 presenti nell’aria. Ognuna di queste iniziative nasce da un’intuizione, un pensiero, da una visione che si fa spazio nella realtà, diventando terreno di condivisione: con le artiste e gli artisti, le curatrici e i curatori, con il mio team e soprattutto con i nostri visitatori e le nostre visitatrici.

Chiara Gallo

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