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Attualità | 30 agosto 2023, 18:52

Da Lampedusa a Torino, sognando il futuro: la storia del "barbiere" Jacob e dei migranti di via Traves [FOTO e VIDEO]

Alle Vallette una piccola città di 250 abitanti: lezioni di italiano, partite di calcio e un barbiere. Così, lentamente, chi ha perso tutto prova a ricominciare. La Croce Rossa: “Speriamo che possano esaudire i propri desideri di serenità, come ognuno di noi”

migranti via traves

Da Lampedusa a Torino, immaginando il futuro: la storia del "barbiere" e dei migranti di via Traves

E’ difficile sognare da dentro un container, con i pochi vestiti e oggetti rimasti chiusi in una borsa troppo piccola per racchiudere i ricordi di una vita intera. Eppure, in via Traves, nel centro di prima accoglienza, nonostante ci sia chi non ha augurato certo il 'benvenuto', si respira un’aria di speranza. Si sogna il futuro.

La vita nell’hub di via Traves

Forse perché per chi non ha niente e ha alle spalle l’inferno è più “semplice” ricominciare. Ricominciare da zero. Da quella Torino che è solo la tappa di un lungo viaggio iniziato dal deserto dell’Africa, proseguito prima in quel Mediterraneo che troppo spesso toglie vite e poi a Lampedusa in un hub caotico. La meta finale? Per molti è sconosciuta. E in un momento così poco importa, perché si vive il presente.

Jacob, il barbiere del centro con il mito di Drogba

Un presente fatto di accoglienza. Di lezioni di italiano. Di partite a carte o di chiamate ai parenti con vecchi smartphone. Di tagli di capelli improvvisati. Ai capelli dei 250 migranti presenti oggi in via Traves ci pensa Jacob. Ha 25 anni, sogna di fare il barbiere. Il suo mito è Didier Drogba, eterno attaccante del Chelsea e della Costa d’Avorio, il suo Paese d’Origine. Jacob taglia i capelli a tutti, fa la barba. E incredibilmente lo fa con un sorriso timido, ma sempre presente sul suo volto. 

Nei loro occhi vediamo tanta paura, incertezza per un futuro che non possono capire. Non potrebbe capirlo nessuno: noi speriamo che possano esaudire i propri desideri di serenità, come ognuno di noi” sono le parole di Manlio Nochi, coordinatore del centro di prima accoglienza della Croce Rossa via Traves.

Come funziona il centro di prima accoglienza di Torino

Gestire il centro ogni giorno non è semplice: i volontari garantiscono ai migranti tre pasti (colazione, pranzo e cena) e le visite mediche, erogate dal personale sanitario della Croce Rossa o dal Servizio Sanitario Nazionale. La lingua con cui si comunica è principalmente il francese, qualcuno parla inglese. Nessuno, o quasi, parla italiano. Molti però si sforzano di impararlo anche appena arrivati.

Manlio Nochi: “Sono grati dell’accoglienza”

Sono grati dell’accoglienza che ricevono, gli diamo l’opportunità di passare qualche giorno qui prima che vengano trasferiti nei centri di accoglienza strutturati della provincia” racconta Nochi.  Resta il fatto che, visti i continui arrivi a Lampedusa, l’hub di via Traves sia al collasso, con migranti nei container, nelle tende, sui materassini. Letteralmente ovunque. “Sappiamo che la Prefettura si sta adoperando per spostarci in una struttura più organizzata, meno emergenziale. Via Traves tra un mese dovrà tornare ad ospitare i senza tetto: speriamo di trovare un luogo migliore, sia per loro che per i cittadini”.

A oggi nessuno si aspetta, almeno ufficialmente nuovi arrivi. Ma tutti sanno che la situazione è destinata a cambiare da un momento all’altro, senza preavviso. E il centro è pronto ad aprire le proprie porte a chi non ha nulla.

Ma come ci si interfaccia con chi si ritrova dall’oggi al domani in un Paese che non conosce? “In un primo momento si è molto empatici ma anche  distaccati, perché si ha il dovere di ascoltare tutti. Di prendersi cura di tutti. Le emozioni si susseguono continuamente una dietro l’altra, nella nostra mission l’empatia nei loro confronti è una prerogativa e cerchiamo di ascoltare tutti indistintamente”.

Ci stiamo riuscendo, loro sono grati: riconoscono in noi persone che gli danno una mano in tutto quello che possiamo fare” conclude il coordinatore del centro di prima accoglienza della Croce Rossa.

Andrea Parisotto

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