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Attualità | 11 febbraio 2024, 09:45

STORIE DI MONTAGNA/2: Un vino e un viticoltore eroico

Nicolò Refourn e il suo Ramìe, nato dal recupero dei terreni del bisnonno a Pomaretto

La famiglia Refourn tra i vigneti

La famiglia Refourn tra i vigneti

Non capita tutti i giorni di conoscere un viticoltore eroico, ma io ho avuto la fortuna di incontrare sulla mia strada Nicolò Refourn, un ragazzo speciale, laborioso e solare, che mi ha portato nel suo mondo fatto di famiglia, viti, fatica e ottimo vino.

Inizio, però, con la definizione di che cos’è la ‘viticoltura eroica’, per capire meglio di cosa si parla. Si tratta di una coltivazione in aree impervie, difficili da gestire, ma capaci di regalare vini sorprendenti, i così detti ‘vini eroici’. Di recente è stato definito un vero e proprio elenco di caratteristiche che un vigneto deve avere per essere definito eroico: minimo 30% di pendenza, altitudine superiore ai 500 metri, coltivato su gradoni o terrazze. Siamo l'unica zona in Italia dove viene prodotto il vino Ramìe, la Doc Pinerolese Ramìe è una delle più piccole d’Italia. Tutelata e protetta qui è un patrimonio!

L’azienda di Nicolò rientra in tutte queste particolari caratteristiche e oggi ti racconto la sua storia.

Questo giovane viticoltore, e tutta la sua famiglia, sono originari di Pomaretto, Val Germanasca (Torino). Alcuni terreni dei nonni, un tempo vigneti, diventano orti e quando gli anziani della famiglia non ci sono più, rischiano l’abbandono. Nicolò si diploma alla scuola agraria di Osasco (Pinerolo), un percorso che gli apre la mente verso tante prospettive future, e che lo porta a pensare ad un'attività sua. La prima idea è l’allevamento di cervi, un azzardo che viene subito smontato dai genitori, con la saggezza dell’età e la conoscenza del terreno e del territorio. Negli appezzamenti, ormai dismessi, erano rimaste solo delle piante di mirtilli. Un’attenta ricerca porta Nicolò nel passato verso quel vino che un tempo, nel territorio dove vive, era quello di tutti i giorni, qualitativamente scadente. Questa bevanda che oggi, grazie ad una famiglia importante, ha ritrovato una sua dignità, una sua grandezza e una qualità unica e vincente. La famiglia Coutandin avvicina il giovane agricoltore al mondo delle viti e alla loro coltivazione. Inizia così un’operazione di recupero di ciò che aveva fatto il bisnonno, la ricerca dei pezzi un tempo coltivati, di viti ancora recuperabili.

L’idea era di rendere la terra, e quindi i nuovi vigneti, l’attività di famiglia.

“Per i primi anni mi ha salvato mio papà” mi dice Nicolò sorridendo “Ero giovane, giocavo a pallone, amavo trascorrere il tempo libero in montagna e divertirmi. Spesso non c’ero per curare le vigne che stavano prendendo forma. Per fortuna c’era mio padre che ha creduto nel mio progetto e mi aiutato allora, come ora, con il suo lavoro e la sua esperienza” conclude Nicolò.

Mentre ascolto le sue parole, camminiamo tra le vigne, e saliamo tra i filari in un terreno impervio e dentro di me capisco la fatica e la dedizione che ci vuole per ottenere questo vino, frutto del mix di quattro uve autoctone (Avanà, Avarengo, Becuet e Chatus) e barbera: dal sapore acidulo e fruttato, ha numeri di bottiglie ridotte, ed è prodotto solo qui, tra Pomaretto e Perosa Argentina, tutelato e disciplinato, si tratta di uno di quei prodotti di nicchia che sopravvivono grazie a chi ci crede.

Mentre con gli scarponi calpestiamo gli antichi terreni dei suoi avi, a stento sto dietro a questo baldo giovane, Nicolò mi racconta come tutto questo sia diventato per lui una vera passione tanto da farlo iscrivere alla scuola italiana di potatura vite, un’esperienza che gli ha fatto visitare altri vigneti e da dove sono arrivate proposte di lavoro interessanti per lui che però ha rifiutato.

“Io volevo mettere in pratica quello che ho imparato a casa mia, portando avanti le mie radici, creando sul mio territorio e per il mio territorio” mi dice deciso.

È così che oggi Nicolò, e la sua famiglia, Natalia e i due bimbi, passa la maggior parte del suo tempo in vigna, per lui ogni vite è preziosa. Su questi terreni ha voluto introdurre innovazione, e ha mantenuto alcuni vigneti come un tempo, nel rispetto della tradizione. Ha messo a dimora nuove vigne, gestisce vigneti abbandonati che sta facendo ritornare alla vita, perché questa piccola azienda è viva e punta sempre di più alla qualità e all’innovazione.

Qui parliamo davvero di viticoltura eroica: i terreni si sviluppano tra i 600 e gli 800 metri, la pendenza è molto oltre il 30%, tutto è terrazzato. Si vendemmia in famiglia, con le cassette, e c’è sempre qualcuno che deve portarle a valle. C’è fatica, impegno, ma c’è anche un giovane viticoltore, che quando parla del suo lavoro è capace di trasmettere tutto il suo amore, portandoti ad assaggiare il Ramìe Refourn, che porta appunto il nome della sua famiglia, gustando ogni sorso sapendo che ha una storia.

“Se vuoi fare questo lavoro devi avere le idee chiare, se lavori in montagna devi capire dove sei e che cosa comporta, devi accettare le critiche di chi già è del mestiere e soprattutto devi saper affrontare quelle giornate in cui vorresti lasciare andare tutto, ma la marcia che hai dentro te lo impedisce” ecco cosa mi dice Nicolò quando gli chiedo cosa direbbe ad un giovane viticoltore.

Nicolò, sua moglie e i suoi splendidi figli si svegliano al mattino in una casa circondata da vigne, era il suo sogno, ed è riuscito a realizzarlo. Visitare la sua cantina, previo appuntamento, permette di conoscere dove nascono le sue bottiglie preziose, stringere la sua mano e sentirlo raccontare cosa c’è dietro ogni sorso di questa bevanda che, ormai da millenni, rallegra le nostre tavole.

Legare il proprio futuro alla terra non è facile, è sempre una scommessa. Il clima sta cambiando, basta una stagione andata male perché tutto ne risenta, eppure io credo che queste persone saranno il nostro domani, che le mani torneranno alla terra e che i giovani ritroveranno in lei il proprio futuro.

Cinzia Dutto

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