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Attualità | 08 settembre 2020, 07:21

Una coppa di felicità

Una coppa di felicità

Vivendo in montagna e frequentandola in lunghe appassionata escursioni, ho imparato che un pendio, una pietraia, possono rimanere così per anni, a volte anche decenni, poi nel breve volgere di pochi giorni, causa un evento inatteso, qualche zolla o qualche pietra inizia a smuoversi ed a ruzzolare a valle, creando i presupposti per uno smottamento che modifica drasticamente il paesaggio. 

Quando una dozzina abbondante di anni fa, telefonai a Francesco Cimminelli, chiedendogli che fine avesse fatto la Coppa Italia vinta dal Grande Torino nel 1943 e da lui acquistata all'asta da Christie’s una sessantina di anni dopo, a seguito di mille misteri e traversie che avevano trasformato quella coppa in un fiume carsico, che un po' scorre in superficie, un po' si inabissa in misteriosi meandri sotterranei, facendo perdere traccia di se, speravo di avere una risposta che mi  consentisse di venire a capo della vicenda in breve tempo. Mai più avrei pensato che sarebbe occorso ancora tutto questo tempo e queste peripezie. 

Invece quattro mesi fa le prime pietre iniziavano a ruzzolare giù dal fianco della montagna e nel fianco, che sembrava granitico, si formavano le prime crepe. 

Un bel lavoro a quattro mani, con Marco Bonetto di Tuttosport, due nomi da sempre vicini al mondo granata e attenti ai fatti ed alle dinamiche del Torino, il primo per tradizione familiare, il secondo per aver legato il destino del suo fondatore con quello del Grande Torino a Superga, con Marco che ha fatto da ambasciatore delle mie speranze, instancabile spoletta, a rimbalzare avanti ed indietro vorticosamente, senza stancarsi mai. 

Una volta creati i presupposti giusti, Marco ha lasciato che Simone Cimminelli e me proseguissimo il nostro dialogo, cercando le soluzioni giuste, limando gli spigoli dove erano più taglienti e quindi più soggetti a creare rischi di mancato coronamento dell'operazione, ritagliandosi un giusto ruolo di imparziale cronista della vicenda, anche se il suo cuore granata ha sempre palpitato per la buona riuscita dell'accordo. 

E va inoltre ricordato e sottolineato il prezioso lavoro dei due legali, Morabito per la famiglia Cimminelli e Davide Pollano per il Museo, che hanno tradotto in legalese stretto le buone intenzioni di Simone e me. 

La valanga che ha travolto gli indugi e ridestato le passioni è invece maturata negli ultimi giorni. 

Si è da poco asciugato l'inchiostro delle firme di Simone Cimminelli e mia, in calce al contratto di affidamento temporaneo della coppa, dalla famiglia Cimminelli al Museo del Grande Torino e il dare la notizia immediatamente, più che un dovere di cronaca da parte di Marco e mia, è stato un atto di liberazione di una gioia irrefrenabile a stento contenuta, man mano che col passar dei giorni i segnali di una soluzione positiva si facevano sempre più frequenti ed intensi. 

Oggi siamo qui a festeggiare, con tutto il popolo granata e a ringraziare Simone e la sua famiglia, che hanno voluto compiere un gesto così generoso e significativo, per noi, per la nostra storia, ma anche per loro, per la memoria del loro padre. 

Sono certo che da lassù gli Immortali sorridono a vedere la loro coppa tornare a brillare di luce propria di fronte agli occhi dei tifosi e degli appassionati di calcio di ogni fede. E anche Francesco Cimminelli potrà essere fiero dei suoi figli, che a distanza di anni da quei giorni tribolati del fallimento, hanno saputo guardare avanti con coraggio, offrendo rispetto per il Grande Torino ed ottenendone in cambio rispetto per loro padre. 

A riprova che non è l’omologazione il lubrificante che fa girare rotondo il mondo, ma il rispetto della diversità ed il dialogo costruttivo. 

Domenico Beccaria

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