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Attualità | 22 gennaio 2021, 07:08

"Una città fatta di ordine": dall'università al Carignano, la Torino di Antonio Gramsci a 130 anni dalla nascita

Il padre del PCI visse nel capoluogo da 1911 al 1922. Frequentò la Facoltà di Lettere e Filosofia e fu trai i fondatori dell'Ordine Nuovo. Grande appassionato di teatro e cinema, patì le ristrettezze economiche e gettò qui le basi del suo pensiero

Antonio Gramsci

Antonio Gramsci nel 1922

"Partii per Torino come se fossi in stato di sonnambulismo. Avevo 55 lire in tasca; avevo speso 45 lire per il viaggio in terza classe delle 100 avute da casa": con queste parole, un giovanissimo Antonio Gramsci dipinge a tinte grigie e sbiadite, in una lettera al fratello, il trasferimento nel capoluogo piemontese dalla natia Ales, in Sardegna.

Era l'autunno del 1911 e il Collegio Carlo Alberto bandì un concorso riservato a tutti gli studenti meno abbienti licenziati dai Licei del Regno. Venivano offerte trentanove borse di studio, ciascuna con una dotazione di settanta lire al mese per dieci mesi, favorendo così l'accesso all'università anche a chi non disponeva di risorse sufficienti per mantenersi. Gramsci, nato esattamente 130 anni fa, il 22 gennaio 1891, lo vinse e poté iscriversi alla Facoltà di Lettere e Filosofia. Qui, nella "città fatta di ordine, di tradizione militare, squadrata negli isolati delle sue case monotone, come un reggimento dei vecchi duchi sabaudi”, sarebbe rimasto fino al 1922, prima di partire per Mosca. 

La Torino di Gramsci è quella delle aule nell'attuale Rettorato in via Verdi, tra le lezioni di letteratura italiana tenute da Umberto Cosmo e quelle di glottologia di Matteo Bartoli, di cui diventa presto l’allievo prediletto. E' la Torino del fitto parterre di menti illustri che avrebbero edificato la redazione dell'Ordine Nuovo, da Angelo Tasca e Palmiro Togliatti e Umberto Terracini. Ma è anche la Torino del grande teatro italiano, che va in scena ogni sera sullo splendido palco del Carignano e cui Gramsci, giornalista in erba, dedica attente e intense recensioni, scrivendo sul settimanale Il grido del popolo e sull’Avanti!. Una città regolare e ordinata, sì, dove tuttavia viene piantato il seme per la nascita del Partito Comunista d'Italia (cent'anni ieri) e che diverrà centro propulsore dei movimenti antifascisti e della resistenza intellettuale per tutto il Ventennio. 

Pensatore geniale e lucidissimo, Gramsci vedeva nella crisi "il momento in cui il vecchio muore e il nuovo sta per nascere"; teorico di una cultura "nazional-popolare" e profilatore dell'intellettuale organico, patì pesanti ristrettezze economiche ancor prima della durissima esperienza carceraria a Turi, dal '28 al '33. Tra le spese da studente, andavano conteggiate, oltre alle prime necessità come i pasti ( “non meno di due lire alla più modesta trattoria”), anche la legna e il carbone per riscaldarsi. Non possedeva neppure un cappotto; nelle missive alla famiglia scriveva che “la preoccupazione del freddo” non gli permetteva di studiare: “o passeggio nella stanza per scaldarmi i piedi oppure devo stare imbacuccato perché non riesco a sostenere la prima gelata”.

Cosa rimane, oggi, della permanenza a Torino dell'autore dei Quaderni del carcere? Una targa al numero 15 di piazza Carlo Emanuele (la meglio nota piazza Carlina), dove abitò dal '14 al '22. E che dal 2016 accoglie un albergo di lusso della catena NH, sede non solo di eleganti suite, ma anche di convegni e inziative realizzate dalla Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci. Visto come profanazione di un tempio sacro per la sinistra e assai contestato, negli anni, dai difensori della memoria storica. 

Altrettanto simbolico è il civico 7 di via dell'Arcivescovado, dove, il 27 aprile 1949, venne posata una lapide con l'epitaffio in versi: “la forte volontà/e la mente luminosa/di Antonio Gramsci/stretti attorno a lui/gli operai torinesi/contro la barbarie/ fascista prorompente/L’Ordine Nuovo/stendardo di libertà/qui nella bufera/levarono e tennero fermo”. Una stagione editoriale che diede voce alle lotte dei lavoratori in piena industrializzazione, specie durante quel biennio rosso, dal '19 al '22, che vide sorgere le rivendicazioni della classe operaia tra i consigli di fabbrica.

Non avendo mai disgiunto l'azione politica dall'allenamento mentale e dall'esercizio dell'intelletto, il lascito più grande di Gramsci al terzo millennio sta forse in quel suo grido di sdegno e rivendicazione ("Odio gli indifferenti"), coniugato con la difesa della conoscenza contro le barbarie; una forma mentis per cui l'esperienza torinese fu davvero cruciale: "Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza".

Manuela Marascio

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