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Attualità | 22 gennaio 2022, 07:21

Anche le montagne "respirano". Ed emettono anidride carbonica senza essere vulcani: lo ha scoperto l'Università di Torino

Lo studio di due ricercatori, in collaborazione con un collega dell'ateneo di Milano Bicocca, è stato pubblicato su una rivista scientifica del gruppo Nature

Il monte Everest

Anche le montagne "respirano": lo ha scoperto uno studio dell'Università di Torino

Anche le montagne respirano. Senza polmoni, si intende. Ma arrivando comunque a emettere anidride carbonica nell'atmosfera, esattamente come fanno gli esseri umani. E producendo - di fatto - gas serra. Pur senza essere dei vulcani (e quindi senza le eruzioni).

A svelarlo è uno studio appena pubblicato su Communications Earth & Environment, una rivista del gruppo editoriale Nature, concentrandosi in particolare sulle catene montuose come l’Himalaya. La ricerca è stata condotta da Chiara Groppo e Franco Rolfo del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Torino, in collaborazione con Maria Luce Frezzotti dell’Università di Milano-Bicocca.

Come funziona questa "respirazione"?

I meccanismi di produzione dell'anidride carbonica in profondità in contesti geologici "vulcanici" e i processi di rilascio della stessa in superficie sono relativamente ben conosciuti. La CO2 viene prodotta a profondità di 20-30 chilometri essenzialmente attraverso reazioni metamorfiche di decarbonatazione che avvengono a spese di originari sedimenti contenenti carbonati. Una volta arrivata in superficie, la CO2 viene rilasciata attraverso circuiti idrotermali, in corrispondenza di sorgenti calde localizzate lungo importanti discontinuità tettoniche (faglie). E infatti non è raro vedere fumi uscire dal terreno.

Sono invece sostanzialmente ancora sconosciuti i meccanismi che consentono di mobilizzare e trasportare la CO2 dalla sorgente profonda alla superficie in assenza di vulcani. I ricercato hanno scoperto che i movimenti sotterranei creano fluidi ricchi in CO2, molto più abbondanti, ma meno densi e che non bagnano lungo il loro passaggio. Questi fluidi sono quindi in grado di risalire rapidamente in superficie, senza rimanere bloccati. 

Questo modello concorda perfettamente con quanto attualmente osservato in Himalaya, in particolare con le diffuse emissioni di CO2 gassosa misurate direttamente al suolo e con le anomalie di conduttività elettrica registrate dai geofisici a una profondità di 20-30 chilometri, immediatamente al di sotto di una zona crostale caratterizzata da un’intensa micro-sismicità. Lo studio suggerisce quindi che la produzione di fluidi immiscibili “alla nascita” faciliti la rapida migrazione della CO2 dalla sorgente profonda alla superficie, e dimostra che le catene montuose di tipo collisionale come l’Himalaya sono degli importanti serbatoi di CO2 che può essere efficacemente degassata in superficie.

Massimiliano Sciullo

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