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Attualità | 17 gennaio 2023, 12:11

Politecnico, l'urlo degli studenti e dei dottorandi: "Costi impossibili, rischiamo di essere clochard". "Protagonisti, non vittime del sistema"

Gli interventi di Alessia Quacquarelli e Raffaele Cucuzza, successivi a quello del rettore Saracco, hanno portato il punto di vista dei ragazzi che frequentano l'ateneo

L'intervento di Alessia Quacquarelli, rappresentante degli studenti nel Senato Accademico del Politecnico di Torino

L'intervento di Alessia Quacquarelli, rappresentante degli studenti nel Senato Accademico del Politecnico di Torino

Non ci sono soltanto progetti e visioni, nella cerimonia di apertura dell'anno accademico del Politecnico di Torino. Ci sono anche le voci di chi frequenta le aule in cerca di un futuro, seguendo passioni e inclinazioni. Gli studenti, ma anche i dottorandi. E il loro racconto è decisamente più crudo di quello fatto, poco prima di loro, dal rettore Guido Saracco.

"L'Università non è più un ascensore sociale e l'attuale governo non mostra alcun interesse in questo senso - attacca subito Alessia Quacquarelli, rappresentante degli studenti nel Senato Accademico del Politecnico di Torino -. Ci sono selezioni all'ingresso, che spesso colpiscono chi è nato e vissuto in condizioni di famiglia ed economiche non in grado di dare sostegno, prima e durante il percorso di studi. E poi ci sono selezioni in itinere, tanto che almeno la metà di coloro che riescono a ottenere una borsa di studio all'inizio dell'Università, ne perdono i diritti durante il cammino formativo".

Il rischio degli studenti-clochard, come a Bologna

Spazi, risorse, costi. Il tormento centrale è legato all'economia e ai bilanci di famiglia (e personali) di chi studia. "In un mondo in cui ci si pone il dubbio sul giusto compenso, non ci si pone però il problema di chi chiede almeno 600 euro al mese di affitto alle famiglie dei ragazzi - prosegue Quacquarelli -. Nel Pnrr non ci sono veri aiuti per la crisi abitativa che lascia noi studenti senza casa: ci sono studenti clochard, a Bologna, che vanno alle lezioni e poi dormono in stazione. Speriamo di non doverci mai ridurre a questo". E ironizza: "Anche perché Porta Nuova e Porta Susa, a Torino, chiudono di notte".

Ma quando ai sostegni ci si riesce ad arrivare, le difficoltà non finiscono lì: "I tempi per erogare i contributi spesso arrivano dopo mesi, come per il Covid, che è stato erogato dopo 9 mesi". E poi resiste il problema di genere: "Essere donna è ancora un ostacolo, con uno sterotipo che si trasforma in prigione per tante ragazze. Solo il 30% delle laureate in ingegneria è donna e poi le stesse fanno fatica a trovare lavoro".

Infine, una stilettata viene indirizzata proprio ai grandi piani di espansione che il Politecnico sta pianificando: "Si festeggia l'ampliamento di un'Università che spesso incide sugli spazi e sulle risorse ambientali della città. E infine bisogna togliere la formazione accademica dall'unica valutazione che è quella della performance".

I dottorandi: "Non vogliamo più essere vittime di un sistema"

Un'altra voce, quella degli studenti che hanno passato il traguardo della laurea, arriva da Raffaele Cucuzza, rappresentante dei dottorandi nel Senato Accademico del Politecnico di Torino. "E' scoraggiante vedere come, seppur in aumento, dei dottorandi soltanto uno su nove poi prosegue il suo cammino in ateneo. E chi segue questo cammino, merita dignità: con un compenso congruo e che permetta di vivere senza il timore quotidiano di sostentarsi, sentendosi intrappolati nello stereotipo del successo invece che parte di un mondo di ricerca che porta progresso e conoscenza all'umanità".


[Raffaele Cucuzza, rappresentante dei dottorandi nel Senato Accademico del Politecnico di Torino]

La colpa, dicono i dottorandi, risiede proprio nel mondo accademico. "Spesso si spezza nei dottorandi quell'entusiasmo che dinamiche non corrette finiscono per sovrastare. Non dobbiamo più sentirci fragili, ma parte di un sistema che ci tutela, ci promuove e ci valorizza. Parte di un sistema e non una vittima, con l'incubo di pubblicare, invece di creare conoscenza. Per questo ci appelliamo al ministro Bernini, che magari come noi, da giovane, ha fatto le sue scelte per vocazione e non per mero calcolo".

 

Massimiliano Sciullo

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