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Eventi | 23 novembre 2020, 10:10

Tff38, superata la prima metà dei film in concorso: ecco le recensioni di oggi

Le nostre impressioni sugli ultimi titoli visionati, "Wildfire" e "Casa des antiguidades"

Tff38, superata la prima metà dei film in concorso: ecco le recensioni di oggi

Presentati sulla piattaforma MyMovies i primi sei dei dodici film in concorso al 38° Torino Film Festival. Non è stato un weekend di code di fronte alle sale dei cinema Reposi e Massimo, come sempre accadeva negli anni passati, ma i veri appassionati avranno potuto ugualmente godere del ricco palinsesto di titoli direttamente a casa propria. 

Ecco le nostre impressioni sugli ultimi titoli visionati nella sezione principale, Torino 38.

Wildfire, di Cathy Brady (UK-Italia-Irlanda, 85')

Una scrittura impeccabile e due protagoniste in stato di grazia, Nora-Jane Noone e Nika McGuigan, stroncata da una leucemia nel 2019, a soli 33 anni. A lei, infatti, è rivolta la dedica della regista a fine film. 

Siamo nella piovosa e cupa Irlanda del Nord, nei giorni clou della Brexit - che tuttavia rimane sullo sfondo, non prende il sopravvento, a sottolineare l'incedere lontano della storia di fronte a un dramma privato, intimo, consumato tra le mura domestiche, nella psiche di corpi fragilissimi. Kelly torna a casa della sorella Lauren dopo essere scomparsa un intero anno, lasciandosi alle spalle la morte della madre (incidente o suicidio?) e cercando una via solitaria al superamento del trauma. Lo scontro iniziale tra le due si trasforma presto in una ritrovata complicità, mentre prende piede il desiderio di indagare a fondo sulla figura materna - riflesso incancellabile di entrambe -, nonostante le malelingue della rigida comunità giudicante. 

Wildfire sembra affondare le radici in quel filone nord-europeo che, da Shakespeare a Ibsen, getta in pasto allo spettatore la cruda narrazione di legami di sangue infettati da una "macchia" generazionale, una colpa da espiare tramandata di padre in figlio (o, come in questo caso, di madre in figlia). Al centro, la pazzia, qui disegnata in una scala di grigi gotici che omaggia le più note raffigurazioni di antieroine tragiche, da Ophelia a Lady Macbeth. Quale sia il limite entro cui è pericoloso sporgersi, lo definisce schematicamente la società dei "normali", dei sani, convinta che insabbiare una verità imbarazzante aiuti a mantenere un'integrità di facciata.

Così la regista Cathy Brady: "La mia speranza è che il pubblico capisca che si tratta di personaggi spinti dalle circostanze a comportarsi in modo estremo, e che si renda conto di quanto possa essere fragile la percezione della realtà. Sono più grandi della loro storia e spero abbiano la capacità di aprire la mente e il cuore degli spettatori affrontando la complessità del tema della salute mentale. Esse non rappresentano soltanto delle diagnosi, ma sono individui complessi. Spero che il pubblico si faccia coinvolgere mettendo in discussione le proprie idee a proposito di salute mentale e follia. Vorrei aprire un dialogo aperto a proposito degli atteggiamenti che abbiamo nei confronti della salute mentale e delle persone vulnerabili". 

Una carica emotiva potentissima, da cui farsi travolgere come una catarsi. Il migliore, finora, tra i film in concorso.

Casa des antiguidades, di João Paulo Miranda Maria (Brasile-Francia, 87')

Indagine antropologica sul Brasile più atavico e ferino, ricca di silenzi e simbologie appartenenti al mondo tribale. E' la storia di Cristovam (Antonio Pitanga), un uomo di colore originario delle zone rurali settentrionali, che si trasferisce in una città del sud, ricca ex colonia austriaca, per lavorare in una fabbrica di latte. Costantemente a contatto con individui xenofobi e conservatori, il protagonista cova un senso di profonda estraneità e alienazione rispetto alla comunità in cui è inserito. Quando scopre una casa abbandonata, piena di oggetti che lo riportano alle sue origini, decide di trasferirvici, compiendo a poco a poco una trasformazione radicale, da uomo a bestia.

Così il regista João Paulo Miranda Maria spiega i motivi ispiratori del suo film d'esordio: "Nella società brasiliana c'è una netta divisione tra il sud ricco, identificato con le sue origini europee, e il nord povero, popolato dai discendenti degli schiavi africani e dalle tribù indigene. Il film ritrae la figura rivoluzionaria dell'uomo del nord che incarna lo spirito del boiadeiro (un cowboy brasiliano). Cristovam cerca vendetta per espiare i propri peccati, dal momento che si sente responsabile di una società intollerante. Tramite la casa abbandonata, si connette alle sue radici, alla propria divinità e al mondo animale, trasformandosi in una figura a metà tra un toro e un cowboy".

Un'opera a letture stratificate e di non facile interpretazione, per chi poco conosce le tradizioni brasiliane. Comunque apprezzabile l'approfondimento folkloristico come pretesto per far emergere le tensioni sociali e culturali odierne. 

Manuela Marascio

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